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lunedì 11 maggio 2026

In cosa si contraddiceva il populismo grillino sul finanziamento pubblico ai giornali

Riassunto della puntata precedente: criticare il finanziamento pubblico ai giornali, una battaglia identitaria del grillismo, è sbagliato. Grillo promosse il reddito di cittadinanza: ma se lo Stato può redistribuire reddito per correggere le disuguaglianze economiche, perché non dovrebbe sostenere anche il pluralismo culturale e informativo?

Populismo e anti-istituzionalismo. Il populismo è uno stile politico che oppone il “popolo” alle “élite”. Tutto ciò che è intermediazione (partiti, sindacati, giornali, università, fondazioni culturali) viene sospettato di nefandezze e accusato di vivere di rendita, di produrre privilegi, di sottrarre sovranità ai cittadini. L’attacco grillino ai contributi pubblici all’editoria viene da qui. Il giornale finanziato dallo Stato era demonizzato in quanto organismo parassitario. Grillo mandò affanculo pure il manifesto: che fosse una cooperativa storica della sinistra, e non una grande impresa privata, non contava, in questa narrazione. La delegittimazione dei giornali tradizionali, accusati di dipendere dal potere politico ed economico, è un tratto comune dei populismi contemporanei. Il paradosso è che questa critica spesso convive con un uso intensivo delle piattaforme private digitali, dominate dalle Big Tech.

Libertarismo di destra e libertarismo di sinistra. Quanto agli elementi anti-statalisti (la democrazia diretta mediata dalla Rete, la retorica dell’uno vale uno e la delegittimazione delle intermediazioni politiche tradizionali) occorre distinguere. Il libertarismo di destra considera lo Stato come un ostacolo alla libertà economica individuale: tasse, redistribuzione e spesa pubblica sono viste come limitazioni indebite del mercato. L’obiettivo è ridurre il ruolo pubblico a favore dell’iniziativa privata. Il libertarismo di sinistra, invece, diffida dello Stato perché teme le gerarchie centralizzate. In questa tradizione si trovano esperienze anarchiche, municipaliste e cooperative: non vogliono abolire la solidarietà sociale, ma sottrarla al controllo delle istituzioni. Il grillismo assemblò pragmaticamente elementi di questi due repertori. Da una parte adottò il linguaggio del libertarismo di destra contro sprechi pubblici, tasse, finanziamenti ai partiti e contributi all’editoria. Dall’altra sostenne misure sociali redistributive come il reddito di cittadinanza, più vicine a una sensibilità socialdemocratica. Questa combinazione è una delle chiavi del suo successo: il M5S riuscì a parlare contemporaneamente a piccoli imprenditori insofferenti verso lo Stato e a settori popolari impoveriti in cerca di protezione economica. Alla prova dei fatti, governare la complessità di una democrazia col voto in Rete gestito da una piattaforma privata dimostrò parecchi limiti.

Il populismo come effetto della crisi neoliberista. Il grillismo, con le sue contraddizioni populiste, si afferma durante la crisi del neoliberismo europeo. Come hanno spiegato Gallino, Streeck, Crouch, Harvey e Fraser, dopo gli anni 80 e 90 la politica economica occidentale ha ridotto il ruolo dello Stato sociale, liberalizzato i mercati e rafforzato il peso della finanza globale. Questo processo ha prodotto crescita delle disuguaglianze, precarizzazione del lavoro e indebolimento delle forme tradizionali di rappresentanza politica. I partiti socialdemocratici, che storicamente avevano mediato il conflitto sociale, hanno via via accettato molti principi del neoliberismo: flessibilità del lavoro, contenimento della spesa pubblica, privatizzazioni. E’ il caso del Pd. Il populismo nasce da questa crisi di rappresentanza: è una conseguenza del neoliberismo, che ha fatto strame del welfare e delle culture politiche collettive. Il M5S intercettò un elettorato che non si riconosceva più né nella destra liberale né nella sinistra riformista (la sinistra di destra, alla Blair). Per molti elettori di sinistra, il M5S era più vicino alle difficoltà quotidiane rispetto al Pd. Ma il grillismo trasformava ogni conflitto sociale in conflitto morale (cittadini onesti contro casta corrotta), reinterpretando i problemi strutturali del capitalismo contemporaneo come problemi di corruzione, spreco o incompetenza. Di conseguenza anche il tema del finanziamento pubblico all’editoria fu letto in chiave moralistica: giornali mantenuti artificialmente dai soldi pubblici. La questione del pluralismo democratico passò in secondo piano.

Vien fatto di pensare al sistema tolemaico: per funzionare esigeva rettifiche così faticose che diventò più sbrigativo farne a meno. Adesso ci si può domandare, ovviamente, chi sia in questo caso Tolomeo; tutti pensano sempre di essere Copernico.

(2. Continua)

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