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sabato 8 agosto 2026

La leadership del centrosinistra? Conte la locomotiva e Schlein imbullonata nel fortino dei veleni

L’underdog non è solo quello che nessuno ha visto arrivare, ma è soprattutto – nel linguaggio della comunicazione politica – il candidato in svantaggio costretto a inseguire la lepre davanti. E i due giorni che hanno rotto l’inerzia stagnante del centrosinistra restituiscono un quadro oggettivamente diverso da quello delle settimane precedenti, laddove l’underdog sembra essere oggi un’Elly Schlein triste, solitaria y final. Il riferimento, ovviamente, è al Giuseppe Conte show di mercoledì e giovedì in Parlamento tra la questione del riarmo del Safe, l’impunità imbarazzante per le bistecche mafiose di Delmastro e infine la lunga maratona nella Commissione Covid dinnanzi al “plotone d’esecuzione” predisposto dai meloniani.

Il capo del M5S ha dimostrato non solo di essere “un animale politico”, come dicono entusiasti i suoi del Movimento, ma ha rinfrescato la sua postura da eventuale candidato premier del campo progressista o largo che sia. Non senza qualche suggestione populista di ritorno quando ha evocato la fatidica “casta” nel discorso a Montecitorio sul no della destra alle intercettazioni tra Delmastro e il prestanome dei Senese, Caroccia. Così la segretaria del Pd è stata costretta a inseguirlo, coi suoi tempi asiatici di reazione, come ha osservato crudelmente Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Non solo. Il fuoco continuo della destra contro Conte (le campagne dei giornali organici sono varie) alla fine ha avuto un esito che riconosce all’ex premier il ruolo di lepre che detta il ritmo del centrosinistra. E cioè gli attacchi diretti della premier Giorgia Meloni. La stessa, cioè, che fino a pochi mesi fa voleva scegliersi l’avversario, anzi l’avversaria, evocando un confronto a due con Schlein.

La svolta da scattista di Conte è avvenuta con l’intervista di domenica 2 agosto a PiazzAsiago, condotta da Alessandro De Angelis, vicedirettore della Stampa. E’ lì che ha imposto una nuova velocità al centrosinistra coniugando la questione delle primarie alla guerra in Ucraina: “Sull’Ucraina scioglieremo il nodo alle primarie, chi vincerà detterà la linea”. Un modo per stanare con successo il Pd asiatico di Schlein in maniera dirompente e provocatoria. Del resto il pantano e lo stallo messicano successivi alla foto nella trattoria romana di Conte, Schlein e i gemelli diversi rossoverdi non erano più sostenibili. Anche perché avevano portato al fallimento dell’iniziativa unitaria di Napoli (un mese fa) e all’annullamento di quella di Padova.

La mossa tattica di Conte ha poi costretto i due Pd in campo, quello solitario di Schlein e dei suoi fedelissimi e quello del correntone della sua maggioranza (Franceschini, Speranza, Orlando e così via), ad affrontare lo spettro delle primarie, a meno di nove mesi dalle probabili elezioni politiche dell’aprile del 2027. Fino a quel momento, infatti, il quadro vedeva il correntone poco convinto dalle chanche di successo della segretaria e quindi all’affannata ricerca di un terzo nome (Ilaria Salis) da contrapporre a Meloni in campagna elettorale, magari senza passare per le primarie. E’ finita invece che Dario Franceschini è stato obbligato a smentire il sostegno a Salis e a fare un conseguente atto di fede nelle primarie.

Ma il vero rebus è proprio Schlein. Da più parti, nel Pd, la descrivono in questo modo: “Non comunica con nessuno se non coi suoi e non si fida più di nessuno”. In un’intervista, oltre alle primarie, ha vagheggiato ancora l’ipotesi che a Palazzo Chigi vada il leader del partito che ha preso più voti. Insomma, cerca di capire e trovare come fare un doppio slalom tra Conte e lo scetticismo della maggioranza interna che la sostiene. In tutto questo, il leader del M5S ha cominciato a correre senza aspettare gli alleati. Vedremo. Ché la strada è ancora lunga e piena di difficoltà: regole, candidati e data delle primarie (farle a febbraio sarebbe un suicidio) e il famigerato programma. Però, adesso, almeno l’inerzia da stallo del centrosinistra è stata rotta.

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mercoledì 5 agosto 2026

Caso Delmastro | “Fuori le chat!”: i parlamentari M5s alzano i cellulari per la protesta simultanea alla Camera e al Senato

Proteste dei senatori e dei deputati M5s in Aula a Palazzo Madama e Montecitorio mentre sono in corso le dichiarazioni di voto sulla vicenda Delmastro nell’emiciclo della Camera. L’aula del Senato è poi stata sospesa per qualche minuto. A Montecitorio, invece, nel momento in cui Giuseppe Conte ha terminato l’intervento in dichiarazione di voto, i deputati M5s hanno sollevato i cellulari inscenando un’azione simbolica di protesta e richiamando la campagna #fuorilechat promossa in queste settimane dal Movimento 5 Stelle.

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Risoluzione unitaria di Pd-M5s-Avs: “Non usare la clausola di salvaguardia Ue per la spesa militare”. I riformisti dem: “Non la votiamo”

Le opposizioni chiedono al governo di non utilizzare la clausola di salvaguardia europea per aumentare le spese militari. Nella risoluzione unitaria presentata alla Camera dopo le comunicazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra impegnano l’esecutivo a destinare l’eventuale maggiore spazio di bilancio esclusivamente a interventi sociali ed energetici. Italia Viva non ha sottoscritto il documento, che ha riaperto tensioni anche nel campo largo: i riformisti dem martedì sera hanno preso le distanze sostenendo di aver saputo del testo dalle agenzie di stampa e di considerarlo “non condivisibile“. Mercoledì mattina il senatore Filippo Sensi ha commentato: “Se la metteranno ai voti così noi non voteremo la risoluzione comune. Si parva licet componere magnis”.

Nel merito, la risoluzione chiede al governo di presentare una relazione che aggiorni il percorso della spesa netta e gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, indicando entità e durata dell’eventuale deviazione dai vincoli europei e garantendo che le risorse siano destinate esclusivamente a misure sociali, sanitarie ed energetiche, “escludendo che le risorse disponibili siano destinate a impegni di spesa militare“.

Nelle premesse il documento va oltre, chiedendo di “riconsiderare radicalmente gli impegni di spesa assunti in sede Nato“, scongiurando ulteriori aumenti delle risorse destinate ai sistemi d’armamento e puntando invece “alla costruzione di una vera difesa comune europea”. Viene indicata come priorità una strategia che rafforzi la sovranità energetica, attraverso investimenti nelle fonti pulite, nelle reti e nelle infrastrutture energetiche.

Giorgetti alla Camera ha annunciato che il governo intende attivare la clausola di salvaguardia prevista dalle nuove regole fiscali europee, che nella sua massima estensione può garantire uno spazio di bilancio fino a circa 36 miliardi di euro nel triennio fino al 2028, di cui 14,4 miliardi per la sicurezza energetica e 21,7 miliardi per la difesa.

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lunedì 3 agosto 2026

Caso Delmastro, la protesta del M5s alla Camera: “Fuori le chat! Aprite la cassaforte!” | Video

Intervento duro quello tenuto dal capogruppo del Movimento 5 stelle nell’Aula di Montecitorio, Riccardo Ricciardi, in merito alle chat dell’ex sottosegretario del governo Meloni, Andrea Delmastro Delle Vedove e alla possibilità di lettura delle stesse da parte dei membri della Giunta per le Autorizzazioni della Camera dei Deputati, a seguito, delle richieste della procura dei Roma. “Il problema non è di Delmastro, il problema è del partito di Giorgia Meloni”.

E sulla contrapposizione, messa in atto dal centrodestra, tra Delmastro e il senatore del M5s, Roberto Scarpinato, Ricciardi ha incalzato i partiti della maggioranza. “Continuate! Continuate! Metteteli insieme e vediamo chi combatteva la Mafia e chi no”.

Al termine dell’intervento tutti i deputati pentastellati hanno preso parte alla protesta con striscioni e mostrato una cassaforte dalla quale hanno estatto un cd, simile a quello che contiene le chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia e che al momento rimane, appunto, sotto chiave.

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venerdì 31 luglio 2026

Delmastro-Caroccia, la deputata M5s in Giunta: “Le chat necessarie per combattere la camorra”

“Siamo da questa mattina in presidio in Giunta per le autorizzazioni perché chiediamo al presidente della Camera Fontana di autorizzare la visione della chat” dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro con Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese. Lo ha affermato in un video la deputata Daniela Torto, rappresentante del Movimento 5 stelle in Giunta, che per due ore si è barricata negli uffici insieme al resto delle opposizioni. “Vogliamo verità e trasparenza, non è una questione di opportunità politica, ma un atto doveroso per aiutare la magistratura a combattere la camorra. La maggioranza e il presidente della Camera fanno muro, sono pronti a scudare un loro sodale, noi invece non abbassiamo la guardia e non facciamo nessun passo indietro fino a che non avremo modo di far emergere la verità”.

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giovedì 30 luglio 2026

Grillo, perché tanto rancore per M5s? Mi aspetto l’assist al ritorno di qualche ‘traditore’

di Giovanni Muraca

La stessa aria degli anni tra il 2009 e il 2018 si sta respirando in questi giorni, ma con declinazioni diverse.
Dalle leggi ad personam a quelle ad imperium, dallo spread alle stelle a una situazione economica drastica e un caro vita più insistente, il quale fa sì che qualsiasi ceto sotto i settantamila euro di retribuzione faccia fatica ad arrivare a fine mese. Ed è in questo malcontento che le piazze cominciarono a scaldarsi. Quelle folle nate nel 2005 come sostenitori di un allora visionario, le quali si trasformarono poi in Meetup grazie anche al suo blog; le stesse che fecero da volano a una rete salda sul territorio per percorrere i primi passi verso il futuro: il Movimento 5 Stelle.

Un movimento che nasceva come protesta e che da qualche anno si colloca verso un’area progressista.
Dopo la morte di Gianroberto Casaleggio – l’altra mente che insieme a Grillo diede vita al partito guidato ora da Conte – la figura del comico genovese ha cambiato completamente i connotati e una netta spaccatura col “Fu Movimento” arriva dopo la caduta del governo “giallo-rosa” nel 2021.

Durante la formazione del governo tecnico post pandemia, arrivano le prime contraddizioni. Mario Draghi dichiarò che senza il Movimento l’esecutivo non avrebbe preso vita. Con “l’era Crimi” ancora in corso, Grillo diede l’ok e il movimento entrava a far parte della coalizione, definendo Draghi (che impersonificava tutto ciò per cui ha sempre combattuto) “un grillino”, come lo stesso Cingolani (che diventerà Ministro della transizione ecologica, poi amministratore delegato e DG di Leonardo). Lo stesso fondatore, dopo la prima esperienza da Premier (allora individuato come Premier nel 2018 dai due partiti più votati in quella tornata elettorale come figura “super partes”), richiamò lo stesso Giuseppe Conte nel 2021 per diventare segretario di partito dopo l’entrata nel governo Draghi.

Nel frattempo, una vicenda arriva come una spada di Damocle sulla testa di Grillo: il figlio Ciro viene accusato di stupro insieme ad altri tre amici (che verranno condannati in primo grado nel 2025 – iter di appello nel novembre 2026).

Durante quel periodo, cominciano i primi comunicati scomposti da parte del garante verso il proprio segretario. Una sorta di insulti e sbeffeggi a cielo aperto che facevano trapelare che qualcosa si sarebbe rotto. La resa dei conti di queste tensioni (spesso placate dall’ironia dell’attuale segretario) arriva nell’assemblea di partito del novembre 2024 all’Eur: tra i temi principali ci sono l’abrogazione del garante (che in quel periodo era Beppe Grillo) e la questione alleanze. Furono proprio gli iscritti a votare a favore delle due proposte, facendo così cadere il ruolo del comico all’interno del movimento (che non prese benissimo visti i video postati pre e dopo).

Ma pare che l’ex garante abbia ancora del rancore latente dopo la sconfitta del 2024 quando in qualche maniera fu messo alla porta: proprio qualche giorno fa, è tornato a tuonare contro la “sua” creatura. “I rivoluzionari hanno scoperto il palazzo”, “M5s doveva cambiare politica, ma politica ha cambiato loro”: sono le frasi che giungono dal blog contro la gestione di Conte.
Bisogna capire quale sia il fine dell’ennesimo nuovo attacco. A parte l’ulteriore “conticidio” sotto elezioni, dove vuole arrivare Grillo? È solo uno sfogo di antichi dissapori o un assist a una possibile discesa in politica di attori duri e puri del movimento prima maniera epurati o metaforicamente “traditori”?

Tra coloro che sono “schedati” come avversari primari del Movimento ci sono stati prima Berlusconi e poi Renzi. Su quest’ultimo lo poniamo come chi crea e poi distrugge, sul tema in questione, ora, qual è la differenza con Grillo? Tra i due, il secondo si fa più male. Renzi rottama quello che costruiscono gli altri, Grillo si è auto-rottamato. E quando sei tu per primo ad essere il principale fautore di tutto, è ancora più frustrante accettare la biodegrabilità di un’era che non c’è più.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Grillo contro il M5s

Grillo contro il M5s – La mia vignetta su il Fatto Quotidiano di oggi in edicola

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mercoledì 29 luglio 2026

Il ritorno di Beppe Grillo all’attacco del M5s: “Ha perso l’identità, si occupa solo di poltrone”. Poi avverte: “Le istanze di allora restano”

Un partito che ha smarrito se stesso, le proprie istanze, che ha smesso di ascoltare i cittadini per prestare attenzione soltanto ai sondaggi. E, di conseguenza, alle poltrone. Beppe Grillo torna ad occuparsi di politica, dopo un lungo silenzio, attraverso il suo blog. E naturalmente lo fa attaccando il Movimento 5 stelle, con un lungo post dal titolo esemplificativo: “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”.

“Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità e, soprattutto, quella ‘diversità’ che lo aveva reso unico. Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il MoVimento. Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone”. E ancora: “Era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo”.

La nascita del Movimento, prosegue Grillo, prendeva le mosse dalla “delusione verso un modello occidentale fondato sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo. Le domande sono rimaste – osserva – le risposte sono scomparse”. “Noi – insiste l’ex Garante del Movimento – avevamo provato a darne alcune, distribuire il reddito, cambiare la classe dirigente, coinvolgere i cittadini nelle decisioni e programmare il futuro invece di amministrare la prossima elezione. Le avevamo chiamate reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, restituzioni, democrazia diretta e transizione ecologica; proposte che, con il tempo – accusa – sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet”.

Grillo passa quindi ad un’analisi più generica della “crisi del modello occidentale”, più “profonda”, dice, e che porta i sintomi di “una malattia che la politica preferisce usare anziché curare“. Come ad esempio con “il disagio legato all’immigrazione, quando i flussi vengono lasciati senza governo e senza integrazione”. “Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso – spiega – dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo”. Chiaro, qui, il riferimento a Roberto Vannacci.

E allora il programma “dovrebbe partire da qui, dall’ascolto”. E le domande – ricorda – “riguardano la sicurezza e la salute, l’equità, la partecipazione e l’identità”. Con una particolare attenzione “all’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite (dal lavoro, alla sanità fino alla sicurezza dei nostri dati personali). Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio”.

C’è poi – nel lungo post – un passaggio che lega la “Rete” alla democrazia: “La Rete – spiega Grillo – permette a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, eppure continuiamo a delegare quasi ogni decisione a rappresentanti che, una volta eletti, rispondono ai partiti e alle correnti, e prima o poi finiscono per rispondere soprattutto alla propria sopravvivenza. La tecnologia potrebbe permettere una partecipazione continua dei cittadini e un controllo sulle decisioni, più che per eliminare la rappresentanza, per limitarne il potere e impedire che la delega diventi una cambiale in bianco per cinque anni. Ecco – conclude – il MoVimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di se stesso. Ma le domande non sono scomparse, sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere”.

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martedì 28 luglio 2026

Calano i partiti del campo progressista mentre il partito di Vannacci si avvicina a Forza Italia: il sondaggio Swg

Perdono terreno Partito democratico e Movimento 5 stelle, mentre continua la crescita di Futuro Nazionale che adesso punta a Forza Italia (ma sale anche la Lega). Sono questi i principali elementi che vengono fuori dall’ultimo sondaggio di Swg per il Tg La7.

L’orientamento di voto di questa settimana premia i partiti di destra: in particolare quello di Roberto Vannacci che si attesta al 6,9% segnando un +0,2%. Dopo avere superato nei sondaggi Lega e Alleanza Verdi-Sinistra, FN ora tallona il partito fondato da Silvio Berlusconi. Forza Italia (al 7,6%) adesso è a 0,7 punti percentuali di distanza: la formazione di Antonio Tajani è l’unico partito del centrodestra che perde terreno in questi sette giorni (-0,1%). Anche il Carroccio di Matteo Salvini torna a recuperare, registrando un +0,2% e raggiungendo quota 5,7%. Bene anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni si conferma primo forza politica con il 27% (+0,1%).

Non va bene al campo progressista. Sia Pd che M5s registrano un -0,2%. Il partito di Elly Schlein scende al 20,9%, mentre quello di Giuseppe Conte si ferma al 12,9%. Unica forza del centrosinistra con il segno più è Avs: il partito di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli è quotato al 6,5% (+0,1%).

Chiudono il quadro Azione di Carlo Calenda stabile al 3,4%, Italia Viva di Matteo Renzi al 2,3% (in calo dello 0,2%), +Europa stabile all’1,2% e, infine, Noi Moderati, Sud Chiama Nord e Ora! tutti all’1%.

L’indagine è stata condotta su un campione di 1.200 soggetti (4.273 non rispondenti) tra il 22 e il 27 luglio. Il margine di errore statistico dei dati riportati è del 2,8% al livello di confidenza del 95%.

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domenica 26 luglio 2026

Campo progressista, Bettini: “Il candidato premier si sceglierà solo con le primarie, così nessun elettore si ingrugna”

Se la legge elettorale imporrà l’indicazione del candidato premier, noi scioglieremo la questione con le primarie“. Lo afferma Goffredo Bettini, storico dirigente del Pd e teorico del “campo largo”, come è stato battezzato da lui, intervenendo a Il caffè della domenica, su Radio24. Bettini spiega di essersi dedicato soprattutto “a questo lavoro di costruzione, di tenere un po’ le fila di questo nostro campo che ha bisogno di essere sempre più unito, sempre più in amicizia. Ma le cose sono un po’ complicate“. Alla domanda della conduttrice Maria Latella su chi dovrebbe prevalere tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, nel caso in cui l’attuale proposta di legge elettorale passasse e obbligasse a indicare il candidato premier sulla scheda, Bettini risponde senza esitazioni: “Questa legge elettorale dovrebbe essere spazzata via perché ha già dimostrato le divisioni della maggioranza. Ma se questo schema un po’ presidenziale dovesse passare al Senato, con o senza le preferenze, certamente saremmo obbligati a fare una scelta di popolo e quindi a ricorrere alle primarie. È difficile che, prima del voto e senza le primarie, il segretario di un partito possa dare fiducia a tavolino al segretario di un altro partito”.

Il dirigente dem sottolinea che oggi ci si trova “in un clima proporzionale”, cioè “in una situazione nella quale non c’è più il bipolarismo in senso largo, o comunque il bipartitismo come fu nel 1996, ai tempi in cui scegliemmo Prodi contro Berlusconi“. Senza primarie, avverte, “il candidato premier a tavolino non si porterebbe appresso l’elettorato di un altro partito. Questo è il punto”. Bettini ricorda che l’elettorato del campo progressista è “molto composito”. I gruppi dirigenti si sono avvicinati, hanno organizzato confronti e manifestazioni unitarie e hanno combattuto battaglie comuni in Parlamento. Gli elettori, però, “vengono da una storia complicata”. A destra, spiega, “le storie diversificate finiscono in uno slancio di potere, perché interessa loro più vincere che mettere in rilievo storie e culture totalmente diverse”. A sinistra, invece, “l’elettorato è più esigente e ci tiene alla parte che riguarda la propria storia, le proprie ferite, i propri conflitti. Quindi, non è facile portare tutti al voto una volta che sei scelto. Se fai le primarie, invece, nessuno si ingrugna“.

Nel corso dell’intervento Bettini elogia anche Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda e coordinatore della Lista Civica Gualtieri Sindaco, forza decisiva nella vittoria di Roberto Gualtieri a Roma nel 2021. “Ha fatto un’esperienza formidabile come assessore e come lista civica – sottolinea il politico – È affidabile per quel tipo di elettorato che è democratico ma non se la sente di votare i partiti che attualmente ci sono. Il campo progressista, per vincere, ha bisogno di un elettorato più ampio, democratico, ma che non si riconosce nella sinistra“. È una lezione che Bettini dice di aver imparato nella propria vita politica: “Quando ho avuto l’occasione di fare il sindaco di Roma, proposto dai socialisti nel vecchio consiglio comunale, ho detto di no, perché sentivo che non avremmo potuto sfondare. E ho proposto Rutelli: nel 1993 era molto giovane, ma già con esperienza. E allargò la coalizione. Onorato ha questo compito e anche le capacità di farlo“.

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mercoledì 22 luglio 2026

Giorgetti: “Sull’uso dei fondi europei Safe per le spese militari decide il Parlamento”. M5S: “Ministro Ponzio pilato”

“Deciderà il Parlamento”. Questa la sintesi delle parole del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, pronunciate nel corso del ‘Question time’ alla Camera dei Deputati rispetto all’ipotesi di utilizzo dei fondi S.A.F.E. (Security for Action Europe), da parte del governo Meloni, per l’aumento delle spese militari e di difesa.

Così, dopo anni in cui il governo Meloni al Parlamento ha lasciato ben pochi margini di potere decisionale, ora torna centrale. “Io Ministro sono senza parole perché com’è possibile che solo su questo punto il governo non si esprime. Crosetto è a favore dell’utilizzo dei fondi Safe, Salvini è contrario, lei dice deciderà il parlamento, ma non decide il parlamento è il governo che deve fare una proposta e poi vedremo se avrà la maggioranza in Parlamento” ribatte il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova. Prima di lui anche Nicola Fratoianni, per Alleanza Verdi Sinistra, aveva provato ad avere risposte nette sullo stesso tema da Giorgetti, ma invano.

Il responsabile dei conti del governo Meloni, rispondendo alle domande dei deputati di Avs, +Europa e del M5S, ha affermato: “Il Parlamento a breve si esprimerà e darà un indirizzo al governo su clausola e utilizzo eventuale di Safe. Per quanto riguarda i benefici, ci sono aspetti positivi sul periodo di pre-ammortamento, sul vantaggioso tasso d’interesse e la valutazione di Safe come strumento di politica industriale per favorire una maggiore cooperazione sulla difesa a livello europeo, quindi la logica Safe è anche di indirizzare investimenti verso progetti condivisi e coordinati. Ma l’utilizzo di Safe non è solo positivo, vanno valutati altri aspetti, l’altra faccia della medaglia: l’inevitabile appesantimento burocratico e la necessità di condividere scelte e strategie d’investimento con altri Stati. Ora serve chiarezza su tutti gli aspetti connessi a Safe per definire quanto prima una decisione pienamente condivisa tra governo e Parlamento su una strada oggi e nei prossimi anni”.

“Ponzio Pilato le avrebbe fatto un baffo per come lei si lava le mani e scarica sul Parlamento le decisioni su come trovare i soldi per finanziare l’aumento delle spese militari”, è la replica alle parole del Ministro di Daniela Torto, capogruppo in Commissione Bilancio di Montecitorio per il Movimento 5 Stelle. “Quanti altri vertici a Palazzo Chigi dovrete fare per capire come uscire dalla situazione in cui vi siete cacciati? I 19 miliardi in più di spese per la difesa che chiede Crosetto nella prossima manovra li dovrà trovare lei, che è il ministro dell’Economia e delle Finanze, ma lei non sa dove trovarli. Risponde come un democristiano dicendo: vedremo, potremmo, forse il fondo Safe, forse lo scostamento di bilancio. I cittadini vogliono avere risposte chiare, ma lei queste risposte agli italiani non le sa dare. Nel frattempo continuerete a tagliare gli investimenti in sanità, istruzione e crescita di questo Paese, che in quattro anni avete affossato”..

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“Non potete commemorare Borsellino e oggi negare l’acquisizione delle chat di Delmastro”: il M5s occupa i banchi del governo

“Stamattina la Giunta per le autorizzazioni a procedere, ovvero questa maggioranza, ha votato pernegare alla procura le chat tra l’ex sottosegretario Delmastro e una persona coinvolta con la camorra. Per noi oggi i lavori finiscono qui. Il Movimento 5 stelle non prosegue i lavori. Perché non si può domenica scorsa andare a commemorare Paolo Borsellino e oggi negare che la procura di Roma possa acquisire le chat tra un ex sottosegretario, avvocato della presidente del Consiglio e una persona collegata con la camorra. Questo governo sta aiutando la mafia e non si può continuare a lavorare come se nulla fosse. Occupiamo l’aula e i banchi del governo”. Lo ha detto il capogruppo M5s Luca Pirondini in Aula al Senato prima che i pentastellati occupassero i banchi del governo per protesta contro la decisione della Giunta delle autorizzazioni della Camera.

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mercoledì 15 luglio 2026

“Imbullonati”: protesta del M5s al Senato. Il gruppo espone cartelli contro il governo: “Quando ve ne andate a casa?”

“Il 4 settembre vi vanterete di essere il governo più longevo della storia e invece passerete per essere il governo più ‘imbullonato‘ alla poltrona della storia”. Protesta del M5s in aula al Senato. Durante l’intervento del capogruppo Luca Pirondini, il gruppo M5S ha esposto dei cartelli con la scritta ‘imbullonati’ attaccando la premier e maggioranza. “Ieri il governo Meloni è caduto per la seconda volta in 3 mesi. La domanda quindi è, quando ve ne andate a casa?”, ha detto Pirondini facendo riferimento alla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze durante l’analisi della legge elettorale alla Camera.

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martedì 14 luglio 2026

Legge elettorale, bagarre in Aula. Bignami (FdI) accusa le opposizioni: “Vigliacchi”. Ricciardi (M5s): “Ci mettiamo la faccia e abbiamo vinto”

Caos alla Camera dopo la sconfitta della maggioranza (188 a 187) sull’emendamento voluto da Giorgia Meloni relativo alle preferenze (salvo i capilista) della nuova legge elettorale. Il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, accusa le opposizioni: “Avevamo preso un impegno, di dare la possibilità di scegliere chi eleggere. Voi dite di volerlo fare e non avete presentato neanche un emendamento per farlo. E questo significa prendere in giro gli italiani. La differenza tra noi e voi è che noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro. Voi siete l’esempio di vigliaccheria incapaci di agire a viso aperto. Ci venite a fare le lezioni e poi votate contro le preferenze. Ci dite che volete i seggi per le donne ma non avete il coraggio di candidarle. La differenza è tra chi si assume la responsabilità delle proprie azioni e chi si nasconde. Io se fossi al posto vostro mi andrei a nascondere”.

Gli replica Riccardo Ricciardi del Movimento 5 stelle: “Io francamente non capisco il richiamo a metterci la faccia, noi abbiamo detto votiamo no. Voi avete detto votiamo sì e ha vinto il no. Avete perso, questa è la realtà. Oggi Meloni si è esposta pubblicamente su questa legge elettorale, qui ci sono tre quarti di governo”.

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Intercettazioni, niente accordo tra FdI e Fi: l'”emendamento Melillo” per ora non si vota. E i 5 stelle rilanciano con un ddl

Non si sblocca lo stallo in maggioranza sulle intercettazioni. È finito con una nuova fumata nera il vertice dei capigruppo sugli emendamenti di Fratelli d’Italia, che vorrebbero ampliare l’utilizzabilità dei nastri in procedimenti diversi da quelli in cui sono stati autorizzati, andando incontro alla richiesta del procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo. Una proposta fortemente avversata da Forza Italia, che nel 2023 aveva fatto approvare una stretta proprio sulle intercettazioni “a strascico” (così chiamate dai critici) limitandole alle indagini sui reati per cui è obbligatorio l’arresto in flagranza. Nei mesi scorsi Melillo aveva scritto al governo segnalando l’effetto “grave e allarmante” di quella norma, che – denunciava – ha causato un “obiettivo arretramento dell’efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo“: nonostante la contrarietà degli azzurri, i meloniani (con il via libera della premier) hanno deciso di ascoltarlo presentando due emendamenti all’ultimo decreto su giustizia e immigrazione, in discussione in commissione al Senato.

Le proposte, a prima firma dei senatori Gianni Berrino e Sandro Sisler – ma ispirate dalla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo – estendono l’utilizzabilità a tutte le indagini di competenza delle procure antimafia, comprese quelle sui reati commessi per agevolare i clan: fumo negli occhi per gli azzurri, che da subito si sono detti indisponibili a votare a favore. Per provare a sciogliere il nodo, martedì a mezzogiorno si sono riuniti i capigruppo di Camera e Senato dei quattro partiti di maggioranza. Ne è uscita una soluzione attendista: gli emendamenti Berrino e Sisler restano in piedi ma saranno accantonati, cioè esclusi dalle votazioni in programma questa settimana, e il governo non esprimerà il suo parere, in attesa che siano i leader a trovare una quadra (come era già stato deciso in un vertice al ministero della Giustizia). Esclusa per ora anche qualsiasi ipotesi di riformulazione. In Forza Italia però c’è chi arriva a sperare che si vada alla conta, per marcare le distanze dagli alleati: “Lasciamoli votare insieme ai 5 stelle, così saranno chiare le differenze tra noi e loro”, è il ragionamento.

Proprio i pentastellati, nel frattempo, provano ad approfittare delle crepe nella maggioranza. Il giorno dopo la passerella di Giorgia Meloni a Palermo – dove la premier ha invocato l’esercito per rispondere alle intimidazioni mafiose – il Movimento ha lanciato cinque proposte di legge per il contrasto ai clan come sfida al governo “tutto chiacchiere e distintivo”: “Il governo Meloni ha fatto molto ma in negativo, ha spuntato le armi, ha contribuito a un forte arretramento nella lotta contro le mafie e l’illegalità”, attacca Giuseppe Conte in conferenza stampa con Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho, gli ex procuratori ora parlamentari simbolo sui temi della giustizia. Uno dei ddl riguarda proprio l’utilizzabilità delle intercettazioni: il M5s rilancia rispetto all’emendamento di FdI e chiede di tornare alla normativa in vigore prima del 2023, quando i nastri potevano “circolare” tra tutte le indagini in cui era ammesso il ricorso alle captazioni.

La stretta voluta da Forza Italia, denuncia Scarpinato, ha “privato la magistratura dello strumento essenziale delle intercettazioni. Funziona così: se due mafiosi parlano di un furto aggravato in un supermercato di quartiere, le intercettazioni autorizzate per reato di mafia possono essere utilizzate. Ma se quei mafiosi parlando di corruzione, concussione, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, questi reati secondo questa maggioranza non sono così gravi da giustificare la violazione della privacy. Risultato: un’ampia prateria lasciata alla collusione dei colletti bianchi con la mafia”, accusa l’ex pm. Sottolineando come anche la proposta “correttiva” di Fratelli d’Italia escluda l’utilizzabilità dei nastri nelle indagini per reati contro la pubblica amministrazione, salvando “gli intoccabili colletti bianchi, la spina dorsale della forza della mafia”. Alla domanda del Fatto se i pentastellati voteranno comunque l’emendamento, Scarpinato risponde attendista: “Ci dovrebbero intanto spiegare perché hanno lasciato fuori quei reati. Se mi danno una risposta convincente ci posso pensare”.

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giovedì 2 luglio 2026

Covid, l’accordo con la JC Electronics. M5s: “Soldi degli italiani agli amici di Meloni, presenteremo esposto”. Fdi: “Risparmiati 130 milioni”

Il Movimento 5 stelle e il Pd attaccano il governo dopo l’annuncio del ministro della Salute Orazio Schillaci, durante il question time, dell’accordo sottoscritto a ottobre tra l’esecutivo e la società JC Electronics Italia S.r.l. dell’imprenditore Dario Bianchi: una transazione da 100 milioni di euro prima della definizione del processo d’appello. “Il governo ha regalato soldi degli italiani agli amici di Giorgia Meloni“, commentano dal M5s facendo riferimento all’imprenditore divenuto il principale accusatore della gestione della pandemia nelle audizioni della commissione Covid e frequentatore degli eventi organizzati da Fdi. Alle critiche mosse dalle forze di opposizione, che annunciano un esposto per danno erariale alla Corte dei Conti, replica Fratelli d’Italia: per il senatore meloniano Marco Lisei (che è presidente della Commissione d’inchiesta sul Covid) non sono 100 milioni di soldi pubblici spesi ma “130 milioni risparmiati”, citando la sentenza di primo grado che ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute al pagamento, in favore della società, di 203 milioni di euro (oltre a interessi di mora) nel contenzioso legale sulla fornitura di mascherine durante la pandemia.

Patuanelli annuncia un esposto alla Corte dei Conti

“Soldi dei cittadini italiani versati nelle casse di una società che ha in passato finanziato Fratelli d’Italia e il cui amministratore delegato risulta ospite fisso degli eventi del partito della premier. Siamo pronti a difendere gli interessi degli italiani con un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale e valuteremo anche un esposto alla Procura della Repubblica, perché i contorni di questa vicenda sono francamente inquietanti”, commenta Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e componente Commissione d’inchiesta sul Covid. “Il governo getta la maschera sul Covid: mentre noi fornivamo documentazione utile a ribaltare nel processo d’appello la sentenza su JC Electronics che aveva condannato lo Stato a risarcire l’azienda per oltre 200 milioni di euro, scopriamo che Meloni e i suoi già nell’ottobre scorso avevano raggiunto un accordo per una transazione economica da più di 100 milioni”, sottolinea Patuanelli: “Giorgia Meloni, che si è nascosta dietro il ministro della Salute ma è la vera direttrice d’orchestra dell’operazione, ha il dovere di spiegare – conclude – perché oltre 100 milioni di euro dei contribuenti italiani siano finiti nelle casse dei suoi amici“.

M5s: “Soldi degli italiani agli amici di Meloni”

A chiedere un immediato chiarimento alla presidente del Consiglio è anche Michele Gubitosa, vicepresidente del Movimento 5 Stelle: “Non possiamo accettare che si facciano regali agli amici con i soldi degli italiani, Meloni deve spiegare, invece di nascondersi dietro il ministro della Salute, perché è evidente che sia lei a tirare le fila da Palazzo Chigi. Noi siamo pronti a difendere gli interessi degli italiani. La Corte d’Appello avrebbe potuto dare ragione allo Stato facendo risparmiare centinaia di milioni di euro agli italiani e vogliamo capire di chi stia facendo gli interessi questo governo”. Una decisione, quella dell’esecutivo, definita “gravissima e inaccettabile” anche da Luca Pirondini, capogruppo del M5s al Senato: “Mentre noi chiedevamo notizie a proposito della situazione, disposti a fornire elementi utili a cancellare quell’abnorme sentenza di primo grado e far risparmiare oltre 200 milioni allo Stato, il governo si è segretamente accordato, addirittura lo scorso ottobre”, scrive in una nota Pirondin.

Boccia (Pd): “Si vede che non erano soldi loro”

Sulla stessa linea il Partito democratico che ha presentato l’interrogazione a Schillaci. “Oggi non discutiamo di una normale controversia commerciale, ma del rapporto tra lo Stato, il denaro dei contribuenti e il dovere di trasparenza che ogni governo deve al Parlamento. E siamo basiti dalla risposta del ministro in Aula”, ha detto Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd, durante il question time al Senato. “Crediamo che, forse per la prima volta nella storia della Repubblica, non si sia atteso l’appello prima di agire, nonostante una sospensiva, e si sia dato per scontato che il terzo grado sarebbe andato come il primo. Si vede che non erano soldi loro, ma dei contribuenti”, ha aggiunto Boccia sottolineando che il Pd lavorerà “per sapere tutta la verità. Lo faremo ricostruendo ogni passaggio amministrativo e ogni eventuale livello decisionale. E se emergeranno profili di possibile danno erariale o altre responsabilità saranno naturalmente le autorità competenti a compiere tutte le valutazioni previste dall’ordinamento. La verità non si archivia con una transazione, la verità si accerta e noi faremo di tutto perché sia accertata”, ha concluso l’esponente dem.

Fdi: “Risparmiati 130 milioni di soldi pubblici”

Di tutt’altro tenore, ovviamente, i commenti che arrivano dal partito della premier. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, in una nota, ringrazia il ministro Schillaci “per aver messo fine alle speculazioni chiarendo che il Governo Meloni ha fatto risparmiare 130 milioni di soldi pubblici”. “Lo Stato italiano era stato condannato da un Tribunale a risarcire più di 230 milioni ad una società in quanto è stato ritenuto che la struttura commissariale di Arcuri abbia agito in modo illegittimo. Ciò è avvenuto mentre governava la sinistra”, continua Lisei. “Dalla risposta di oggi del ministro – aggiunge – comprendiamo che il Governo Meloni ha prima appellato la sentenza e poi, attraverso una transazione, ha fatto risparmiare 130 milioni agli italiani riparando i danni fatti dal Governo Conte”. Il presidente della Commissione d’inchiesta sul Covid dice di trovare “surreale” che Movimento 5 stelle e Partito democratico “vogliano dare lezioni di accortezza economica. Se avessero agito correttamente non ci sarebbe stata una condanna, se qualcuno ha regalato dei soldi a Jc Electronics sono stati loro”, ha concluso.

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mercoledì 24 giugno 2026

La Rai nega a Ranucci la tutela delle spese legali sul caso Cipriani-Uruguay. Ms5 all’attacco: “Così TeleMeloni prova a indebolire Report”

L’ultima trincea si chiama tutela legale. Ed è qui che si consuma l’ennesimo scontro su Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di inchiesta Report su Rai 3. Secondo quanto anticipato da Dagospia, l’azienda avrebbe deciso di non garantire la copertura delle spese legali al giornalista ella causa promossa dall’imprenditore Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti.

Il caso nasce da alcune dichiarazioni rilasciate da Ranucci lo scorso aprile durante una puntata di “È sempre Cartabianca”, su Rete 4, relative alla presunta presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguaiano dell’imprenditore. Proprio il contesto nel quale quelle affermazioni sono state pronunciate sarebbe alla base della decisione di Viale Mazzini: secondo la tesi attribuita all’azienda, il giornalista non avrebbe agito in quel caso nell’esercizio delle proprie funzioni di dirigente e dipendente Rai. Lo scorso 30 aprile Ranucci aveva anche ricevuto una lettera di richiamo” in cui già si annunciava che non sarebbe stata garantita la tutela legale. Il cronista aveva risposto di non temere il processo.

Una ricostruzione, quella dell’azienda pubblica, che Ranucci avrebbe contestato formalmente in una lettera inviata al consiglio di amministrazione. Il conduttore avrebbe sostenuto che i fatti richiamati durante la trasmissione Mediaset erano strettamente connessi alla sua attività professionale e al lavoro giornalistico svolto alla guida di Report. La notizia ha immediatamente acceso lo scontro politico. I componenti del Movimento 5 Stelle nella Commissione parlamentare di Vigilanza Rai parlano apertamente di una scelta “infame” e annunciano un’interrogazione per chiarire la vicenda.

Per i parlamentari pentastellati la decisione si inserirebbe in un quadro più ampio di tensioni tra il servizio pubblico e uno dei suoi giornalisti più esposti. Nel comunicato diffuso nelle ultime ore, gli esponenti M5s evocano direttamente il tema dell’indipendenza editoriale della Rai e accusano l’amministratore delegato Giampaolo Rossi di voler “indebolire Report” e “far fuori” il suo storico conduttore. L’attacco politico è particolarmente duro perché richiama anche quanto accaduto nei mesi scorsi, quando Ranucci denunciò di essere stato vittima di un grave episodio intimidatorio con un ordigno distrusse l’auto del giornalista. Proprio per questo, sostengono i Cinque Stelle, risulterebbe ancora più incomprensibile l’assenza di una copertura legale da parte dell’azienda.

La polemica si intreccia inoltre con un precedente che aveva già fatto discutere. Dopo le dichiarazioni sul ministro Nordio, infatti, la Rai aveva fatto sapere che non avrebbe garantito la tutela legale al giornalista in caso di eventuali azioni giudiziarie da parte del Guardasigilli. Una posizione che aveva spinto Ranucci a intervenire pubblicamente sui social. “Sento il dovere di informarvi che, davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia Nordio, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò il giudizio a mie spese”, aveva scritto il giornalista su Facebook.

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lunedì 22 giugno 2026

Renzi alleato? Una strategia per logorare il Movimento 5 stelle. Facciamo saltare il banco

di Patrizia Cardellini

Sono un’elettrice e iscritta al M5S, e mi rivolgo soprattutto agli elettori delusi del Movimento, oggi stanchi e disorientati. A mio avviso, l’eventuale ingresso di Matteo Renzi nella coalizione anti destra alle prossime elezioni non è solo una questione di mera aritmetica elettorale, ma una mossa tattica perfettamente in linea con i desideri dell’establishment economico e finanziario: contenere il M5S e ridurne il peso politico. Quel 2% che Renzi porterebbe al cosiddetto “Campo Largo” non compenserebbe la perdita di consensi che la sua presenza provocherebbe tra gli elettori del Movimento.

Già per molti di noi è difficile accettare l’alleanza col Pd, resa necessaria da una legge elettorale pensata per favorire le coalizioni e penalizzare forze non allineate. Quello schema, che non riuscì a estromettere il M5S nel 2018, ha però accompagnato la consegna del Paese alla destra guidata da Giorgia Meloni nel 2022. Oggi la strategia non è più cancellare il Movimento, ma logorarlo dall’interno, tenendolo debole in una coalizione in cui, se il M5S non si adeguasse, sarebbe sempre pronta un’altra stampella centrista. Per riuscirci è fondamentale mantenere alta l’astensione: il grande serbatoio dei delusi. E chi meglio di un ticket PD–Renzi può spingere molti a voltare le spalle alle urne?

Eppure un M5S forte ha già mostrato di poter incidere davvero. Il Governo Conte I, nato dall’alleanza con la Lega, è stato, a mio giudizio, il miglior governo degli ultimi decenni: in un solo anno ha introdotto misure simbolo come Reddito di cittadinanza, Decreto Dignità e legge Spazzacorrotti, puntando su giustizia sociale e lotta a disuguaglianze e corruzione. Per questo mi riesce ancora incomprensibile che un partito che governa e realizza gran parte del proprio programma riesca, nello stesso periodo, a dimezzare il proprio consenso: segno di un elettorato forse più autolesionista che esigente.

Giuseppe Conte ha dato prova di serietà: studia i dossier, evita l’ipercomunicazione, si assume responsabilità anche impopolari. Ha guidato due governi diversissimi, fino all’emergenza pandemica, cercando nel secondo di tenere insieme misure urgenti e tutele sociali, spesso in conflitto con chi oggi si propone come garante di responsabilità e stabilità. Molti provvedimenti bandiera del M5S – dal Reddito al Superbonus, fino agli strumenti contro il precariato – sono stati letti come scelte redistributive, incompatibili con una politica ridotta a mera contabilità del presente.

Sono convinta che Conte abbia incontrato più ostacoli governando col Pd che con la Lega: fatico a immaginare i democratici pronti a sostenere davvero il Decreto Dignità, un Reddito strutturale o la Spazzacorrotti, anche perché su tutti e tre questi provvedimenti votarono contro. Ogni volta che il Movimento ha cercato di difendere queste scelte, si è trovato isolato, sotto attacco mediatico e politico. Come la caduta del Governo Conte II, per mano di Renzi come esecutore ma per volontà di altri mandanti che volevano impedire a Conte di gestire il Pnrr.

Da qui la mia preoccupazione per chi, oggi, pensa di non votare perché nella coalizione ci sono il Pd o Renzi: l’astensione, per disgusto verso questi soggetti, finisce col favorire proprio loro e quell’establishment che considera il M5S “pericoloso” e ne auspica l’irrilevanza oggi e la scomparsa in futuro.

Se dovesse prevalere il Campo Largo, il Paese resterebbe in mano a una coalizione a trazione Pd, e prevarrebbero le politiche neoliberiste. Se invece continuerà a governare la destra, con una legge elettorale cucita su misura, rischiamo di vedere indeboliti gli equilibri costituzionali fino a consentire riforme profonde, senza neanche il ricorso all’esito referendario, aprendo scenari oggi inimmaginabili. Per questo dico agli elettori delusi: non regalate la vittoria a chi volete contrastare. Se davvero vogliamo “far saltare il banco”, come nel 2018, la via non è il rancore silenzioso, ma il gesto più semplice e rivoluzionario che abbiamo: ANDARE A VOTARE IN MASSA.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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venerdì 19 giugno 2026

Scontro Severgnini-Travaglio: “5 Stelle simili a Vannacci”. “Non c’entrano nulla, lui predica disvalori”. Su La7

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra il giornalista del Corriere della Sera, Beppe Severgnini, e il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sull’esplosione del fenomeno Vannacci.
Per Severgnini il leader di Futuro Nazionale non va censurato, né trattato “con fastidio e disprezzo”, errore che è stato commesso anche con l’attuale presidente degli Usa: “In questo modo gli americani e i liberali americani hanno fatto eleggere Trump. E, secondo me, parte di questo atteggiamento ha portato anche il M5s a vincere, cioè esiste nell’elettorato sempre un blocco di persone che sono arrabbiate, frustrate, deluse e c’è qualcuno che impara come raccogliere questa delusione”.
E auspica che “le forze democratiche tradizionali di destra e di sinistra” imparino a spiegare che “queste mani sono mani inutili”, aggiungendo: “Guardate come sono finite le delusioni degli americani. Sono finite nelle mani di uno come Trump. E neanche il M5s ha proprio fatto fuochi d’artificio. Sono sicuro che anche i voti a Vannacci finiranno allo stesso modo, però bisogna spiegarlo con calma”.

Dissente totalmente Travaglio: “Volevo rompere l’idillio con Beppe Severgnini a proposito di questi apparentamenti che sento fare tutti i giorni fra i 5 Stelle e i Vannacci. I 5 Stelle sono l’esatto opposto del vannaccismo. Sono nati perché la sinistra aveva tradito se stessa: inciuciava con Berlusconi, se ne fotteva della questione morale, era diventata establishment, si strusciava sui banchieri anziché pensare ai ceti popolari, aveva dimenticato l’ambiente in nome della cementificazione e di Confindustria”.
Il direttore del Fatto ricorda che “il messaggio di Grillo era questione morale, ambiente, pulizia, nuove tecnologie“. E aggiunge: “Cosa c’entra con uno come Vannacci che predica disvalori? Vannacci sta alla destra come i 5 Stelle stavano alla sinistra. Accusa la destra di avere tradito tutti gli impegni perché non è abbastanza xenofoba, razzista, nemica dei diritti civili. Ma non c’entra niente con i 5 Stelle”.
Travaglio ricorda che il M5s nacque in nome di una protesta indignata contro “la casta”, a cui diede la volata proprio il Corriere della Sera con le inchieste di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo: “La casta non era una invenzione di Grillo, ma un qualcosa che faceva davvero incazzare la gente”.
Poi sottolinea le responsabilità dei media mainstream sulla crescita della visibilità a Vannacci: “Bisognava pensarci prima, quando lo si è reso famoso trasformando un libraccio francamente imbarazzante in un evento editoriale e dedicandogli 400 articoli sui principali quotidiani italiani per dire che stava tornando Mussolini. Così lui ha venduto 2 milioni di copie e alle elezioni ha preso 500 mila voti – continua – Adesso che è famoso censurarlo semplicemente significa fare il suo gioco, come se quando si pensava di esorcizzare la Lega o il M5s non parlandone. Ormai esistono, quindi non si può non parlare di una cosa che esiste”.

Severgnini ribatte: “Non ho detto che bisogna censurare Vannacci, ma parlarne in un modo diverso del modo in cui abbiamo parlato, gli americani soprattutto, di Trump. Raccogliere la frustrazione e la rabbia degli elettori va bene, ho sempre riconosciuto i 5 Stelle che non sono mai stati violenti. Però una parte del fenomeno è molto simile. Infatti, pare che un po’ di voti dei vecchi 5 Stelle si stiano spostando verso Vannacci. Si assomigliano più di quanto tu voglia ammettere”.
Travaglio ribadisce: “Il problema è che tu sei convinto che Trump ha vinto perché i radical chic ne parlavano prendendolo in giro. No, Trump ha vinto perché i suoi predecessori hanno fallito e hanno combinato disastri. Il M5s è cresciuto perché il Pd ha fallito e ha combinato disastri e nel momento in cui anche Berlusconi tracollava, hanno raccolto il malcontento che c’era”.
E avverte: “Se fra un anno ci troveremo l’Europa con tutti i governi di estrema destra, rispetto ai quali Vannacci forse ci farà anche sorridere, sarà perché queste classi dirigenti europee hanno completamente fallito e, mentre noi stiamo parlando, continuano a fallire predicando, riarmo anziché di politiche sociali. Questo è il tema non di come se ne parla”.

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giovedì 18 giugno 2026

Patrimoniale, la base M5s è a favore: la tassa sulle grandi ricchezze è la proposta più citata ai tavoli di confronto di Nova

La base del Movimento 5 Stelle, coinvolta nella costruzione del programma per le prossime elezioni attraverso i tavoli territoriali di Nova, è largamente favorevole alla patrimoniale. “Molti nel M5S la pensano come me”, ha detto la settimana scorsa la ex vicepresidente M5s Chiara Appendino chiarendo di essere in disaccordo sul tema con il leader Giuseppe Conte e auspicando che la misura venga ribattezzata “Millionaire tax” per evitare di spaventare il ceto medio. “Mettere le mani nelle tasche dei paperoni significa essere radicali? Sì. Ma solo così si è alternativi a una destra caviale e champagne“. E in effetti, scrive Repubblica, da un’analisi interna dei 107 report elaborati in tutta Italia dopo i tavoli emerge che la tassazione dei grandi patrimoni compare nel 57% del totale e risulta la proposta concreta più citata in assoluto, presente in 19 aree geografiche su 20, insieme a dichiarazioni di principio come la necessità di un fisco progressivo e del contrasto all’evasione.

Ignorare la posizione della base sembra complesso. Ma il presidente del Movimento, dopo che il tema è stato sollevato dalla segretaria Pd Elly Schlein che però ha chiarito come non sia “all’ordine del giorno” nelle discussioni all’interno dell’alleanza progressista, ha più volte ribadito di essere contrario. “Finisce che va a colpire il ceto medio“, ha sostenuto da ultimo mercoledì a Pride Talks dando legittimità agli spauracchi agitati dai giornali di destra. “Perché i super ricchi vanno dove vogliono, sanno come eludere, hanno stuoli di consulenti. Quando vai a studiare sulle esperienze già fatte ti rendi conto che è una cosa che rischia di avere controindicazioni e non funziona. Piuttosto c’è un problema di redistribuzione, senza parlare di nuove tasse e senza fare un favore a un governo, quello Meloni, che ha tassato tutto, pure i pannolini”.

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