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mercoledì 27 maggio 2026

Floridia: “Commissione di vigilanza sotto ricatto della maggioranza”. Ranucci: “La Rai deve tutelare l’indipendenza non il pluralismo”

“Sono stata quasi costretta a scrivere questo libro perché ho dovuto denunciare una storia che non si era mai vista nella storia della nostra Repubblica”. Inizia così il suo intervento Barbara Floridia, presidente della commissione di Vigilanza Rai dal palco della presentazione del suo libro ‘C’era una volta la Rai’. “Una commissione parlamentare, che rappresenta tutti i cittadini, bloccata, sotto ricatto per volontà della maggioranza”. La presentazione del libro che cade nel giorno in cui l’audizione in Senato, del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, in merito alla riforma della tv di Stato è stata sconvocata all’ultimo momento e rinviata al 10 giungo. “Il punto è che non sanno cosa dire perché non hanno trovato la quadra” commenta Floridia. Sul palco anche il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e il giornalista e conduttore di ‘Report’ Sigfrido Ranucci che sul blocco dei lavori della commissione presieduta da Florida afferma: “è una pagina bruttissima. Non si può dire che non siamo in un Paese democratico, ma poi lo si deve far funzionare come tale, se non funziona una componente, un ingranaggio così importante e cose se la democrazia non funzionasse”. E sulla riforma di Rsai aggiunge: “è un tentativo dei partiti di non voler mollare la Rai. Quando leggo dell’atteggiamento della politica nei confronti della Rai, a volte che sfiora anche il disprezzo a me sembra di essermi fatto un acido”.

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sabato 23 maggio 2026

“Israele? Il governo non fa niente per Gaza, ma c’è un’umanità che resiste per sconfiggere il mostro”: il deputato M5s Carotenuto al corteo Usb di Roma

Sono due anni che denunciamo un genocidio a Gaza e vediamo un governo che non fa niente. Di fronte a questa situazione è chiaro che arriva un’umanità che resiste, che non accetta tutto questo, che si organizza con dei barconi, anche a vela, e e e va lì per contrastare e per affrontare il mostro. Non solo lo affronta, ma lo sconfigge il mostro”. Così ha commentato il deputato del M5s Dario Carotenuto, intervenuto al corteo organizzato dall’Usb in Piazza dei Cinquecento, a Roma. Carotenuto ha ribadito che il M5s farà “di tutto fino a quando questo conflitto in Medio Oriente, che vede Davide contro Golia a parti invertite, non avrà fine”.

Sanzioni a Israele, basta scuse: il governo Meloni tolga il veto – La petizione del Fatto Quotidiano: FIRMA QUI

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“Decine di parlamentari vogliono entrare in Futuro nazionale. Il 50% da FdI”: il partito di Vannacci si prepara all’Assemblea. FI: “Meglio Calenda di lui”

Almeno la metà dei parlamentari che vogliono aderire a Futuro nazionale, la creatura politica di Roberto Vannacci, vengono da Fratelli d’Italia. L’ultimo passaggio ufficiale da uno dei partiti al governo è stato quello di Laura Ravetto, deputata di lungo corso di Forza Italia (e più recentemente della Lega) e sottosegretaria con Silvio Berlusconi. Ma in questi giorni si rincorrono i nomi di onorevoli e senatori con le valigie in mano, pronti a entrare – dopo aver debitamente citofonato – in Fn. C’è chi smentisce di volerlo fare, come la leghista emiliana Elena Murelli, e chi viene dato già per certo, come i veneti Gianangelo Bof ed Erik Pretto. E poi ci sono loro, i meloniani, un po’ delusi dal corso assunto dall’esecutivo, un po’ frustrati per non riuscire ad avere un posto in prima fila.

E se di fatti e numeri relativi a Futuro nazionale abbiamo parlato in questo articolo (iscritti e comitati in costante crescita, piazze piuttosto gremite ai comizi del generale, una folta schiera di amministratori locali e “riciclati” della politica che hanno già la tessera in tasca), qui per forza di cose prendono piede le ricostruzioni. Intanto, però, una data: 13 e 14 giugno. All’Auditorium della Conciliazione di Roma, Vannacci darà vita, ufficialmente, attraverso l’Assemblea costituente, a Fn. Verrà eletto presidente – il partito è già, o comunque sarà, plasmato intorno alla sua figura – verrà nominato un organo di garanzia, i delegati e un Comitato esecutivo. “Chi entra deve aderire totalmente a quello che siamo” ha detto il generale. Ogni snodo decisivo sarà nelle sue mani. E da qui a quella data è indubbio che i deputati e i senatori “cambia-casacca” verranno allo scoperto. Se non altro per partecipare ai lavori romani. E dimostrare di esserci dal (più o meno) giorno uno.

Le ricostruzioni, dunque. Contattato da ilFattoQuotidiano.it, il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni, un lungo passato in Alleanza nazionale e, fino a maggio 2024, in FdI, racconta: “A febbraio c’erano 26 parlamentari pronti a entrare in Futuro nazionale. Avremmo potuto creare un gruppo autonomo a Montecitorio, ma a noi non interessano le operazioni di palazzo. E così sono rimasti dov’erano. In questo momento siamo impegnati a far crescere il partito dal basso”. In ogni caso, i nomi circolano. “Quelli che vogliono passare con noi sono tanti, da FdI a Forza Italia, abbiamo avuto richieste anche dal M5s“. Quindi è coinvolto anche il partito della presidente del Consiglio. “Io vengo da lì, è un mondo che conosco molto bene, e le garantisco che c’è un malessere che si taglia col coltello. Quello sì che è un partito arroccato su se stesso: o fai parte della famiglia o della storia di Colle Oppio, oppure non hai chance. Il 50% delle persone che vogliono venire in Fn vengono da Fratelli d’Italia. Nomi? Non glieli faccio per correttezza, almeno finché non c’è l’ufficialità”.

Simoni tiene a specificare che “non siamo una scialuppa di salvataggio. Anche perché, diciamolo chiaramente, il 90% dei parlamentari è lì perché vi è stato messo, pochi sono sostenuti da un personale consenso da parte dei cittadini. Perciò facciamo un’attenta selezione delle figure che ci possono essere utili. Chi viene da noi deve conoscere il territorio, deve avere capacità nell’amministrare la cosa pubblica, deve essere attrattivo. Ma non ci interessa imbarcare chiunque, anche perché le adesioni, dal basso, sono esplose”. Attualmente Fn ha aperto più di mille comitati, con 56mila iscritti in circa quattro mesi. “Sono stato una vita in An, e non ho mai visto una cosa così” continua Simoni. In questi giorni, però, ci sono state anche delle defezioni. Ne ha parlato, per esempio, la Repubblica, intervistando Norberto De Angelis, fondatore dell’associazione Il mondo al contrario, che ha accusato Vannacci di essere “un traditore”. “Pensava che essendo un amico storico del Generale avesse più diritti degli altri, forse? Ma qui non funziona così, qui paga il merito”.

A un anno dalle elezioni, e ancora senza una legge elettorale definita – ammesso che si arrivi a una quadra per sostituire il Rosatellum – i partiti hanno già cominciato la propria partita a scacchi in vita delle alleanze, condita da dichiarazioni più o meno affidabili. Per esempio, Alberto Bagnai, esponente di spicco della Lega, dice che “ricucire con Vannacci dopo il tradimento plateale è impossibile“. E per Forza Italia, per bocca del viceministro Francesco Paolo Sisto, “Calenda è meglio di Vannacci. Preferisco il leader di Azione, Vannacci ha idee troppo radicali”. Gli fa eco Letizia Moratti: “Vannacci con noi è incompatibile”. Per Simoni di Fn “chi dice che Calenda è meglio di noi sta strizzando l’occhio a sinistra, però sarebbe corretto che lo dichiarassero agli elettori. Ma non ci preoccupiamo, possiamo anche correre la nostra partita da soli. Il Generale ha detto che nel caso di alleanze, la fiducia dev’essere reciproca, altrimenti non si va da nessuna parte”. La questione è: quanto vale Fn, alle elezioni, da solo? Il potenziale elettore di Vannacci preferirà votare la coalizione (e dunque FdI e Lega, verosimilmente) pur di non far vincere il centrosinistra, esprimendo dunque il cosiddetto voto utile, oppure resterà “fedele” al generale, rischiando di consegnare il Paese al Campo largo? È presto per dirlo, ma chi muove i fili dei partiti e gli osservatori politici già se lo stanno domandando.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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lunedì 18 maggio 2026

Giuseppe Antoci, dieci anni dopo l’attentato: “La notte sento ancora quegli spari. La mafia è silente e viene sottovalutata”

Quella notte se la porterà sempre addosso, attimo per attimo, perché non è vero che il tempo lenisce tutto. “Gli spari li sento ancora nelle orecchie, fortissimi. Me li sogno la notte, soprattutto quando si avvicina l’anniversario, perché io da quella strada dove ci spararono non sono mai uscito”. Dieci anni dopo l’europarlamentare dei Cinque Stelle Giuseppe Antoci, 58 anni, ex presidente del Parco dei Nebrodi, ricorda con il Fatto quotidiano l’attentato con cui la mafia voleva metterlo a tacere. Aveva voluto regole per fermare l’assalto dei clan ai fondi europei per l’agricoltura, una torta che valeva e vale miliardi. E la risposta fu quell’agguato attorno alle due della notte tra il 17 e il 18 maggio 2016, sulla strada tra Cesarò e San Fratello, in provincia di Messina. Avevano messo dei sassi sul percorso, per fermare Antoci e la sua scorta. Ma l’auto blindata e il coraggio degli agenti, che risposero al fuoco, lo salvarono. Stamattina Antoci ne ha riparlato con degli studenti di Pavia, che gli hanno regalato anche un fumetto sulla sua storia. “Sono stati carinissimi” spiega, e la voce si incrina. Gli accadrà altre volte, durante il colloquio.

Qual è la prima immagine che ricorda?
Ricordo tutto. I colpi contro il pneumatico, i sassi, lo sconcerto. I due agenti furono bravissimi. Ma ci salvò anche l’arrivo di un’altra macchina con altri due poliziotti.

Come mai arrivarono?
Ero stato a una serata in un paese vicino, dove tempo prima la mafia aveva ucciso il sindaco. Mi ero adoperato per far arrivare al Comune un finanziamento per completare un’opera pubblica. Dopo cena sono ripartito, e il nuovo sindaco si è confidato con un poliziotto: aveva notato facce strane, era preoccupato per la propria incolumità. Il commissario ha pensato a me, e si è messo in macchina.

Dovevano ucciderla. Perché?
Da presidente del Parco delle Nebrodi, un’area che tocca 24 comuni tra Messina, Catania e Enna, avevo scoperto che i clan facevano incetta di fondi europei con un trucco. Sfruttando il codice degli appalti, si aggiudicavano quelli sotto i 150mila euro, per cui bastava un’autocertificazione anti-mafia. In ballo c’erano miliardi, su cui si erano gettati mafiosi del calibro di Gaetano Riina, fratello di Totò, e anche ‘ndrine come quella dei Pesce. Abbiamo stroncato tutto con il Protocollo di legalità, norma prefettizia che escludeva il tetto previsto dal codice per gli appalti relativi al parco.

E i clan…
In un’intercettazione dissero: “Dobbiamo piantare una pallottola nel cervello a quel cornuto”.

Non ci sono riusciti.
No. Poi abbiamo scoperto quanto fosse diffuso quel giro di malaffare, che ha portato a un processo con 50 condannati in via definitiva per centinaia di anni di carcere.

Il protocollo di legalità è diventato una legge dello Stato.
Sì, nel 2017. E’ uno dei perni del codice antimafia.

Dieci anni dopo, le mafie sono più o meno forti? O sono semplicemente diverse?
Sono liquide, si adattano ai vari contenitori. I colletti bianchi che le sostengono capirono subito che affare fossero i fondi all’agricoltura. Ma ora il vero punto è sottovalutare le mafie, solo perché sono silenti rispetto a qualche anno fa.

In commissione Antimafia i suoi colleghi del Movimento Scarpinato e De Raho sono sotto costante attacco.
Non è un Paese normale, quello dove due servitori dello Stato devono subire tutto questo. Da dopo l’attentato, la mia casa in provincia di Messina è presidiata dall’esercito. Dieci anni fa le mie tre figlie erano bambine, e dovettero diventare in fretta donne (la voce si incrina di nuovo, ndr). Molti non conoscono o fanno finta di non conoscere il dolore e i sacrifici di chi ha passato la vita a combattere i clan.

Nella sua Sicilia la maggioranza che sostiene Schifani è a pezzi, tra rimpasti e accuse incrociate.
È umiliante, non hanno rispetto per tutti i morti rimasti in terra nella nostra isola. Dovrebbero avere un sussulto e dimettersi, anche perché si avvicina l’anniversario della strage di Capaci.

Il prossimo anno si vota per la Regione, e in tanti la danno come possibile candidato.
La cosa fondamentale è che il campo progressista salvi questa terra, e la priorità non è con chi, ma con quali programmi. Io mi sono deciso a candidarmi in Europa perché ho incontrato Giuseppe Conte, e con i miei colleghi sto facendo un grande lavoro a Bruxelles. Nel Movimento mi sento a casa. In queste ore mi hanno manifestato l’affetto di una famiglia, ed è assieme alle famiglie che si combattono le battaglie.

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sabato 16 maggio 2026

Sanità e scuola, a Roma si discutono le priorità del programma M5s. Conte: “Dobbiamo essere radicali”

“Il programma deve nascere dalle esigenze vere dei cittadini e sono convinto che nel confronto con voi verrà fuori un progetto radicale”. Così il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, apre con il suo intervento l’appuntamento romano di ‘Nova’. L’assemblea programmatica dei 5 Stelle a cui, per la prima volta , partecipano anche i non iscritti e che Conte ringrazia durante il suo intervento.

Tra i partecipanti prevale, in maniera netta, l’attenzione da riservare a scuola e sanità. La due giorni romana di lavori e dibattiti fa parte delle ‘100 piazze’ dove il Movimento inizia a dar vita all’insieme di proposte che poi verrà portato al tavolo in cui, assieme alle altre forze politiche, si andrà a comporre il programma del centrosinistra.

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mercoledì 13 maggio 2026

Flotilla, si imbarcherà anche il deputato M5s Dario Carotenuto: sarà l’unico parlamentare a bordo

Alla fine un parlamentare si imbarcherà. Dario Carotenuto, deputato dei Cinque Stelle, napoletano di 48 anni, papà di un bimbo, è partito stasera in aereo da Roma per Istanbul, con l’obiettivo di salire sulla Flotilla. “Ho deciso lunedì, perché trovo insopportabile quanto sta accadendo a Gaza” dice a il Fatto quotidiano poco prima di partire. Ma prima di prenotare il volo ha comunque sentito i responsabili della Flotilla. “Ho chiesto se potevo essere utile o se invece rischiavo di essere d’intralcio – spiega – Mi hanno risposto che gli sarei stato certamente utile”. Così ecco il viaggio per raggiungere la missione.

Una scelta dietro a cui c’è un’altra miccia, aggiunge il deputato: “Ha influito anche la circostanza che l’ultimo sequestro di imbarcazioni da parte della Marina israeliana sia stato fatto in Europa. Un fatto incredibile, che dimostra i livelli di complicità e di compromissione nei rapporti tra gli Stati occidentali e Israele”. Viene però da chiedersi come mai questa volta lui sarà l’unico parlamentare a bordo, a fronte dei quattro eletti che erano partiti lo scorso settembre. Carotenuto riflette e poi risponde: “Non so se resterò l’unico, ma in tal caso si dimostrerà ancora più necessaria la scelta di partire”. La certezza è che questa volta deputati e senatori non hanno sgomitato per imbarcarsi, anzi. Perché? “L’attenzione mediatica sulla Flotilla è indubbiamente calata” ammettono fuori taccuino diversi parlamentari, che si soffermano anche “sullo scarso preavviso” che avrebbero avuto dagli organizzatori a fronte di un’eventuale partenza. Mentre i rischi sono rimasti quelli della prima volta. Una combinazione di fattori che ha scoraggiato molti. E forse hanno pesato anche le critiche di Francesca Albanese sulla seconda missione: “La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sè. Un movimento senza direzione è caos. Piuttosto, servono azioni dirette a porre fine alle complicità”.

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lunedì 11 maggio 2026

In cosa si contraddiceva il populismo grillino sul finanziamento pubblico ai giornali

Riassunto della puntata precedente: criticare il finanziamento pubblico ai giornali, una battaglia identitaria del grillismo, è sbagliato. Grillo promosse il reddito di cittadinanza: ma se lo Stato può redistribuire reddito per correggere le disuguaglianze economiche, perché non dovrebbe sostenere anche il pluralismo culturale e informativo?

Populismo e anti-istituzionalismo. Il populismo è uno stile politico che oppone il “popolo” alle “élite”. Tutto ciò che è intermediazione (partiti, sindacati, giornali, università, fondazioni culturali) viene sospettato di nefandezze e accusato di vivere di rendita, di produrre privilegi, di sottrarre sovranità ai cittadini. L’attacco grillino ai contributi pubblici all’editoria viene da qui. Il giornale finanziato dallo Stato era demonizzato in quanto organismo parassitario. Grillo mandò affanculo pure il manifesto: che fosse una cooperativa storica della sinistra, e non una grande impresa privata, non contava, in questa narrazione. La delegittimazione dei giornali tradizionali, accusati di dipendere dal potere politico ed economico, è un tratto comune dei populismi contemporanei. Il paradosso è che questa critica spesso convive con un uso intensivo delle piattaforme private digitali, dominate dalle Big Tech.

Libertarismo di destra e libertarismo di sinistra. Quanto agli elementi anti-statalisti (la democrazia diretta mediata dalla Rete, la retorica dell’uno vale uno e la delegittimazione delle intermediazioni politiche tradizionali) occorre distinguere. Il libertarismo di destra considera lo Stato come un ostacolo alla libertà economica individuale: tasse, redistribuzione e spesa pubblica sono viste come limitazioni indebite del mercato. L’obiettivo è ridurre il ruolo pubblico a favore dell’iniziativa privata. Il libertarismo di sinistra, invece, diffida dello Stato perché teme le gerarchie centralizzate. In questa tradizione si trovano esperienze anarchiche, municipaliste e cooperative: non vogliono abolire la solidarietà sociale, ma sottrarla al controllo delle istituzioni. Il grillismo assemblò pragmaticamente elementi di questi due repertori. Da una parte adottò il linguaggio del libertarismo di destra contro sprechi pubblici, tasse, finanziamenti ai partiti e contributi all’editoria. Dall’altra sostenne misure sociali redistributive come il reddito di cittadinanza, più vicine a una sensibilità socialdemocratica. Questa combinazione è una delle chiavi del suo successo: il M5S riuscì a parlare contemporaneamente a piccoli imprenditori insofferenti verso lo Stato e a settori popolari impoveriti in cerca di protezione economica. Alla prova dei fatti, governare la complessità di una democrazia col voto in Rete gestito da una piattaforma privata dimostrò parecchi limiti.

Il populismo come effetto della crisi neoliberista. Il grillismo, con le sue contraddizioni populiste, si afferma durante la crisi del neoliberismo europeo. Come hanno spiegato Gallino, Streeck, Crouch, Harvey e Fraser, dopo gli anni 80 e 90 la politica economica occidentale ha ridotto il ruolo dello Stato sociale, liberalizzato i mercati e rafforzato il peso della finanza globale. Questo processo ha prodotto crescita delle disuguaglianze, precarizzazione del lavoro e indebolimento delle forme tradizionali di rappresentanza politica. I partiti socialdemocratici, che storicamente avevano mediato il conflitto sociale, hanno via via accettato molti principi del neoliberismo: flessibilità del lavoro, contenimento della spesa pubblica, privatizzazioni. E’ il caso del Pd. Il populismo nasce da questa crisi di rappresentanza: è una conseguenza del neoliberismo, che ha fatto strame del welfare e delle culture politiche collettive. Il M5S intercettò un elettorato che non si riconosceva più né nella destra liberale né nella sinistra riformista (la sinistra di destra, alla Blair). Per molti elettori di sinistra, il M5S era più vicino alle difficoltà quotidiane rispetto al Pd. Ma il grillismo trasformava ogni conflitto sociale in conflitto morale (cittadini onesti contro casta corrotta), reinterpretando i problemi strutturali del capitalismo contemporaneo come problemi di corruzione, spreco o incompetenza. Di conseguenza anche il tema del finanziamento pubblico all’editoria fu letto in chiave moralistica: giornali mantenuti artificialmente dai soldi pubblici. La questione del pluralismo democratico passò in secondo piano.

Vien fatto di pensare al sistema tolemaico: per funzionare esigeva rettifiche così faticose che diventò più sbrigativo farne a meno. Adesso ci si può domandare, ovviamente, chi sia in questo caso Tolomeo; tutti pensano sempre di essere Copernico.

(2. Continua)

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venerdì 8 maggio 2026

Giuseppe Conte: “Mio figlio si è ammalato nel periodo del Covid, è stato a letto per due anni. Ora ne è uscito e sono il papà più felice del mondo”

“Sulla fine di aprile del 2018 Renzi, che allora ancora contava nel Partito Democratico, va da Fazio, a ‘Che tempo che fa‘, e tutti si aspettavano che annunciasse che si faceva questo governo dalla parte del Movimento 5 Stelle. Invece va e gela tutto il Movimento e anche il Paese: ‘No, noi non faremo mai questo governo col Movimento 5 Stelle’. Panico totale. Questo governo con la Lega non è stato un governo di elezione, di scelta, è stato un governo, bisogna dirlo, di necessità (…) Il governo è stato formato dopo 3 mesi. Non c’è un’alleanza, si scrive nero su bianco quali sono gli obiettivi e cerchiamo di dare una svolta al paese”: così Giuseppe Conte racconta a Luca Casadei, ospite di One More Time, la nascita del governo Conte I con la Lega. Una chiacchierata, quella tra il conduttore e il presidente del Movimento 5 Stelle, disponibile da oggi, venerdì 8 maggio, in formato audio su OnePodcast e su tutte le piattaforme streaming, e da domani, martedì 12 maggio, in versione video su Spotify e YouTube.

“A un certo punto iniziano a dialogare: ‘chi sarà il Presidente del Consiglio?’ E si crea uno stallo completo tra Di Maio e Matteo Salvini”, continua Conte. “Io ero a fare le mie cose tranquillamente, né pensavo che potesse mai arrivare a me. E arriva questa telefonata. Mi chiama proprio Di Maio e mi dice: ‘Guarda Giuseppe, la situazione è molto complicata. Io ti chiederei la cortesia di venir qui a fare un colloquio con Salvini’. Olivia (Paladino, la sua compagna, ndr), che ha una forte intuizione, lo dà per scontato. Qui lei intuisce un’evoluzione penalizzante per la famiglia. E quindi anche la lacrima che scende. Io dico: ‘Ma non è detto, vediamo’. Quello è un momento veramente di grande commozione. Lei percepisce che la nostra vita cambierà e non è affatto felice di questo”. E com’è noto, Paladino aveva ragione: Conte diventa Presidente del Consiglio.

Il leader del M5S, di quel governo racconta anche la caduta: “Allora era un progetto di cambiamento che andava portato avanti. Però mi rendevo conto che era sempre più difficile, che ormai stavano prevalendo gli egoismi di partito. A giugno io faccio una conferenza stampa, io lo dico chiaramente, dico a tutte e due le forze politiche indistintamente: ‘dovete decidere se andiamo avanti con rispetto dei ruoli, con sensibilità istituzionale. Fatemelo sapere perché altrimenti ci fermiamo qui‘. Arriva l’estate e Salvini mi viene a trovare e stacca la spina. Ne ho preso atto”. Non manca un passaggio sulla gestione dell’emergenza Covid da Pdc: “Noi seguiamo le immagini di Wuhan in Cina, disastrose. Intere popolazioni vengono isolate, messe in quarantena. In Italia uno non immaginava che arrivasse in modo così travolgente. Quando poi arriva, la prima cosa che dico: ‘noi siamo una democrazia, non possiamo gestire come lì, che addirittura anche dal punto di vista scientifico non ci trasmettono le informazioni per poterle condividere’. Io dico da subito: ‘quando arrivano poi i morti, dobbiamo dare il numero’. Certo, era un bollettino disastroso (…) Quando tu vedi che iniziano a morire persone e non hai, anche da parte della scienza, un conforto, nessuna risolutiva di come affrontare questo virus, a quel punto lì ti prende un senso d’angoscia terribile (…) Una mia guardia della scorta che lavorava con me è morta. Sentire anche di persone conoscenti che venivano a mancare. Ho avuto momenti di commozione, che per fortuna sono riuscito a tenere per me per non mostrarli all’opinione pubblica: non era una questione che mi vergogno delle fragilità, però in quel momento io ero il punto di riferimento. Una volta c’è stata una trasmissione pubblica in cui io mi sono commosso, però ho fatto di tutto per soffocarla, proprio perché non volevo che da quell’emotività venisse fuori anche un’incertezza”.

Ma è un Conte che si lascia andare anche a confessioni private quello che si può ascoltare e vedere a One More Time: “Mio figlio Niccolò nel periodo, purtroppo, del Covid si è ammalato. Per 2 anni è stato in grandissima difficoltà. È rimasto addirittura a letto per quasi 2 anni. Poi a un certo punto si è sentito un po’ meglio. Io lo accompagnavo a scuola la mattina con la carrozzina. E questa cosa mi ha angosciato tanto perché avere un figlio in condizioni che non si muoveva, un figlio che era sofferente, questa è stata un’angoscia terribile. La sera gli leggevo qualcosa, noi avevamo sempre questa abitudine, però è stato faticosissimo. Io ho cercato di tenerlo al riparo, cercavo di distrarlo quando c’ero io. Nicolò è uscito da questi 2 anni angoscianti. Questo mi ha reso il papà più felice del mondo”. E torna anche sui momenti di commozione: “Innanzitutto ho pianto nel periodo del Covid. Ma ho pianto anche, ad esempio, sulla tanto contrastata misura del Reddito di Cittadinanza: semplicemente quando a un certo punto mi sono fatto raccogliere le lettere che arrivavano dalle persone che mi ringraziavano. Una mamma mi scrisse che per la prima volta aveva dato la bistecca ai figli, che non si poteva permettere. Ho pianto leggendo che questo vecchietto per la prima volta aveva comprato degli occhiali che non si era mai potuto permettere. Sono storie che ti fanno piangere. Piangere perché capisci la politica può fare tanto e poi ti chiedi anche: ‘Ma come mai non lo fa?'”.

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mercoledì 6 maggio 2026

Padellaro: “Campo largo? Non hanno un candidato premier, né un programma, non sanno neppure chi sono. Con loro Meloni dorme sonni tranquilli”

Giorgia Meloni, evviva evviva, ha il secondo governo più longevo della storia della Repubblica. E nessuno nell’opposizione ha la minima intenzione di farla cadere. Siamo ancora all’anno zero“. .Così Antonio Padellaro, editorialista del Fatto Quotidiano, bacchetta senza sconti il campo largo nella trasmissione Battitori Liberi, su Radio Cusano Campus. Un intervento che riprende e affila il suo editoriale del 3 maggio, “Il governo regge e la sinistra pigola”.
Partendo dai numeri, Padellaro sottolinea che l’esecutivo Meloni naviga tranquillo verso un primato storico: mancano solo tre-quattro mesi per superare il governo Berlusconi II. “Da qui alle prossime elezioni, tra un anno e mezzo circa – osserva – nessuno sembra intenzionato a far cadere la Meloni. E se anche l’esecutivo dovesse implodere, l’opposizione non sarebbe pronta. Non hanno il premier, non hanno il programma, non sanno neppure chi sono e quanti sono“.

Sul possibile pareggio tra campo largo e centrodestra, il giornalista è realista: “Sono tutte congetture”. Ma nota che c’è chi ci spera: Carlo Calenda. Con Azione intorno al 3%, il suo partito diventerebbe infatti “l’ago della bilancia” in caso di equilibrio perfetto. “Nella Prima Repubblica era uno sport diffusissimo coi repubblicani e i socialisti – ricorda – ma oggi sono solo ipotesi”.
Il vero nodo, per Padellaro, è l’assenza di un’alternativa credibile, oltre alle divisioni interne al Pd, come ricorda uno dei due conduttori, Savino Balzano. Determinanti sono le differenti posizioni dem su guerra e immigrazione, ma soprattutto manca la figura centrale: il candidato premier del campo progressista.
Silvia Salis? – osserva Padellaro – È un ottimo sindaco, ma come candidata del campo largo non esiste proprio“.
Sulle primarie il giudizio è tranchant: “Ci facessero sapere cosa vogliono fare, perché questo continuare a dire “quando sarà il momento” dà la sensazione di indeterminatezza e di indecisione”.

Immaginando lo scenario, il giornalista ironizza: “Schlein e Conte fanno campagna elettorale per le primarie e ognuno dice che è più bravo dell’altro. Sennò che le fanno a fare?”.
Al conduttore Gianluca Fabi che gli chiede perché non adottare la regola del centrodestra (“chi prende più voti fa il premier”), Padellaro risponde secco: “Perché Conte non è d’accordo. Schlein ha detto che siamo testardamente unitari, quindi non farà mai qualcosa che possa irritare Conte. Siamo ancora a “caro papà”“.
Nemmeno l’ipotesi di un “federatore” (si fa spesso il nome di Bersani) lo convince: “Sono termini giornalistici. La parola “federatore” non significa una mazza. Chi si fa federare da Bersani? Vi sembra credibile che lui si presenti da Conte e Schlein e dica: “Adesso ragazzi state buoni, che vi federo io”?”.
In chiusura, una riflessione lucida e amara: chi vincerà le prossime elezioni troverà “una situazione ancora più complessa”. Per questo Padellaro conclude ironicamente: “Io resterei all’opposizione. Ogni giorno rompi le scatole al governo e intanto hai la tua visibilità. Se rinasco vado all’opposizione”. Fino ad allora, insomma, la Meloni può governare serena: l’indecisione del campo largo è il suo miglior alleato.

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