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martedì 29 settembre 2026

Grillo non molla: dal blitz all’ambasciata cinese al vertice con l’uomo di Musk

A che gioco sta giocando Beppe Grillo? Cosa ha in testa il fu garante del Movimento, che il 21 settembre lo ha giurato nel podcast da Fedez: “Non ho il potere o la facoltà di fondare un partito”? Eppure oggi a Roma, nel solito albergo sui Fori che è la sua abituale base quando scende nella Capitale, Grillo ha incontrato Andrea Stroppa, il referente italiano del magnate del web e delle nuove tecnologie Elon Musk. E così ha confermato quei contatti di cui il Fatto aveva scritto un paio di settimane fa, in un articolo in cui aveva raccontato le telefonate dell’assistente dell’artista genovese, Nina Monti, ad alcuni ex 5Stelle per coinvolgerli in un eventuale, nuovo partito, impostato sui giovani e sull’intelligenza artificiale. Supportato, negli auspici di Grillo e dei suoi, anche dal giro di Musk. Cercato dal Fatto il giorno seguente, Stroppa si era limitato a elogiare il fondatore del Movimento, sfuggendo a ulteriori domande. Ma ieri lui e Grillo si sono visti, senza neanche provare a nascondersi. Un faccia a faccia, nell’hotel dove sono apparsi anche due ex parlamentari del Movimento, Elio Lannutti e Marco Bella, che non hanno per nulla chiuso all’ipotesi di un nuovo partito di Grillo. Per dirla come Lannutti, alla fine di due ore di incontro con Grillo: “Se Beppe è interessato a costruire un nuovo movimento? Mai dire mai”. E Bella è anche meno criptico: “Grillo è possibilista su tutto. A me un nuovo partito piacerebbe se avesse senso, cioè se potesse dare qualcosa agli italiani”.

Lui, il fondatore del Movimento che ha ormai rinnegato, se la ride. Scherza con i cronisti, sulla sua partecipazione lunedì sera al ricevimento organizzato dall’ambasciata cinese all’hotel Parco dei Principi in onore della nuova ambasciatrice, dove era presente anche Massimo D’Alema: “Me lo ha chiesto Xi: dai, vieni fallo anche per la nuova ambasciatrice, se non vieni tu non faccio nulla”. Ride, Grillo, che tra una battuta e l’altra vuole togliere il simbolo del M5S a Giuseppe Conte. E che gioca con l’idea di un nuovo partito. Da corsaro.

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mercoledì 23 settembre 2026

Debito pubblico, Giorgetti in Aula: “C’è il Superbonus da pagare”. Il M5s: “Solo parole sulla tassazione degli extraprofitti”

“Sul debito in rapporto al Pil io vi invito a depurare il dato dal debito pubblico dalle rate di cassa del Superbonus”. È dura la mission del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante il ‘Question Time’ a Montecitorio. C’è da giustificare e spiegare l’azione economica del governo Meloni all’indomani della mancata uscita dalla procedura d’infrazione.

L’obiettivo dell’uscita dalla procedura d’infrazione europea è stata mancata per lo 0,1%. “Andarci vicino vale a bocce” ironizza Maria Elena Boschi. “Il tema non è che l’Istat ha sottostimato la crescita, il problema è che lei ha sottostimato la spesa che voi non avete conteggiato. E’ per questo che siamo ancora in procedura d’infrazione” afferma la deputata di Italia viva, rivolgendosi a Giorgetti. Boschi aggiunge: “Anche questa cosa stucchevole del Superbonus detta da lei perde un po’ di credibilità perché lei ora ci parla delle rate da pagare, ma quando c’era da decidere del Superbonus lei era ministro del governo Draghi, lei ha acconsentito che ci fossero delle proroghe e i partiti che oggi sono al governo e in maggioranza ne avrebbero chiesto ancora. Era anche nel loro programma quando si sono presentati alle elezioni politiche”.

Poi è il turno del Movimento 5 stelle che chiede d’intervenire sugli extraprofitti per far fronte a caro carburanti e al costo del carrello della spesa. Il ministro dell’Economia parla del lavoro per trovare un accordo in ambito europeo. Risposta che non soddisfa i 5 stelle. “La sua risposta conferma che non avete la minima idea di come intervenire su questo problema – accusa Leonardo Donno – ma lo sa che le famiglie italiane il caro carburanti lo pagano due volte? Una volta al distributore e una volta al supermercato a causa dell’aumento del costo del trasporto delle merci. L’unica cosa positiva che potete fare per per questo Paese è andare casa”.

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martedì 22 settembre 2026

Gori a Conte: “Il M5s cambi linea sull’Ucraina se vuole accordo col Pd. Chi non manda armi tifa per la resa di Kiev”

“Il M5s, se vuole un accordo col Pd, deve cambiare le posizioni contrarie all’invio di armi in Ucraina. Conte e i 5 Stelle sanno perfettamente quale sia la posizione del Pd, che è la stessa dell’Unione europea e di tutte le forze socialiste europee. Non c’è modo di fare marcia indietro rispetto alla necessità di garantire un sostegno pieno alla resistenza dell’Ucraina, compreso con lo strumento militare“.. Lo dice a 24 Mattino, su Radio 24, l’europarlamentare del Pd Giorgio Gori, nel pieno del braccio di ferro che divide il campo progressista sul sostegno militare a Kiev e sul metodo per scegliere il leader della coalizione.

Gori, già sindaco di Bergamo e oggi tra le voci più riconoscibili della minoranza riformista del Pd, afferma che la posizione sull’Ucraina non è negoziabile: “chi tiene veramente alla pace” deve continuare a sostenere la resistenza ucraina anche con le armi; chi invece “fa il tifo per la resa degli ucraini può anche smettere di mandargli le armi”.
Lo scoglio è il no del M5s alle forniture militari, irrigidito dopo Nova, la kermesse partecipativa con cui i 5 Stelle hanno chiesto alla base di ratificare le priorità da portare al tavolo della coalizione. In quel passaggio gli iscritti hanno dato mandato a Giuseppe Conte di opporsi al continuare a inviare armi a Kiev, sostenendo che le forniture allontanano la pace.
Il conduttore Simone Spetia ricorda che Conte ha presentato quella linea come punto non negoziabile e l’ha fatta votare dalla base. Gori commenta, ribadendo quanto già sostenuto giorni fa dal compagno di partito e di corrente, Filippo Sensi (“Conte dovrà fare pippa sull’invio di armi in Ucraina”): “È un problema, perché in questo modo ha blindato una posizione che sarà più difficile cambiare al tavolo della composizione del programma del campo largo. Ma la posizione del Pd è quella da anni, non è che può cambiare perché Conte ha deciso con Nova che bisogna smettere di mandare sostegno agli ucraini”.
“C’è chi dice che con questa posizione il campo largo è finito sostanzialmente“, osserva Spetia.
“Mi auguro di no – risponde Gori – perché io penso che sia necessaria un’alleanza di tutte le forze progressiste per cercare di cambiare verso al nostro Paese rispetto a questi quattro anni di governo di Giorgia Meloni”.

Sulle primarie di coalizione l’eurodeputato dem respinge l’idea che siano un rischio da evitare: “Penso che siano uno strumento storicamente utile ad allargare il consenso e il radicamento di un progetto politico e quindi non se ne debba avere paura. Se emergessero altri strumenti e altri modi per selezionare il leader o la leader della coalizione centrosinistra, andrebbe molto bene. In mancanza di alternative, però, le primarie devono essere affrontate con tranquillità”.
E aggiunge: “Dalle interviste che ho letto ai principali leader, mi sembra difficile che trovino un altro modo che non siano le primarie. Non condivido chi le definisce un autogol, non lo penso affatto”.
Richiama, a riguardo, la propria esperienza a Bergamo e smentisce le voci secondo cui lui stesso si candida. Poi propone la sua soluzione: primarie a doppio turno con più candidati al primo scrutinio e poi gli endorsement sul ballottaggio. E spiega: “Io sono fermamente convinto che le primarie debbano essere a doppio turno, perché sarebbe il modo per allargare la base. Un derby ridotto a Conte e Schlein rischierebbe di non coinvolgere fasce di cittadini e pezzi di società che non andrebbero a votare”.

Ma se alle primarie vincesse Conte, che cosa farebbero i riformisti del Pd? Gori risponde che “se si accetta un percorso che comprende le primarie, se ne accettano poi i risultati“. Ma aggiunge la sua previsione: “Io credo che la possibilità che vinca Conte sia piuttosto remota perché conosco il radicamento del Pd e l’attitudine anche dei nostri militanti a partecipare a questo modo di selezionare la leadership. I gazebo sono nel dna del Pd e credo che questo faccia la differenza”.
Resta il monito di Graziano Delrio, anch’egli dell’ala riformista, secondo cui le primarie potrebbero esporre il centrosinistra a influenze russe. Gori precisa che Delrio lo dice “soprattutto rispetto alla prospettiva che il voto non sia soltanto fisico nei gazebo ma sia anche un voto online”. Quel rischio, per lui, “è molto concreto vista la quantità di bot che popolano l’ambiente digitale anche nel nostro Paese”.. Ergo, secondo l’ex sindaco di Bergamo, le primarie, se si fanno, vanno celebrate “assolutamente solo nei gazebo”.

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lunedì 21 settembre 2026

Grillo da Fedez, l’esordio in difesa del figlio Ciro condannato per stupro: “È innocente”. Nuovo partito? “Non ho potere e facoltà per farlo”

L’esordio della nuova puntata di Pulp Podcast è tutto dedicato alla difesa del figlio Ciro. È proprio lo stesso Beppe Grillo, ospite di Fedez e Mr. Marra, a tirare in ballo la vicenda del figlio condannato in primo grado a 8 anni per stupro di gruppo. “Mio figlio Ciro, che sta attraversando un momento un po’ particolare, di enorme pesantezza, che sta risolvendo. L’ho visto da bambino, diciannovenne, maturare così, con questa spada di Damocle che ha sulla testa. Si è laureato, cento e dieci e lode. Ha fatto una famiglia, una bambina stupenda, una moglie straordinaria. Studia per diventare avvocato penalista e gridare al mondo un po’ la sua innocenza, sta studiando e vuole difendersi, anche da solo. Gridare la sua innocenza al mondo”, ha dichiarato Grillo senza fare alcun riferimento alla condanna per stupro e alle motivazioni della sentenza.

L’ex garante e fondatore del Movimento 5 stelle parla poi ovviamente anche di politica. “Sono stato estromesso ma non ho rimpianti perché oggi il Movimento è un’altra cosa“. E attacca il leader Giuseppe Conte: il M5s “è in mano al reverendo Jones e all’uomo che sussurrava ai cavilli” e “di progressista c’è solo la paralisi della mente, progressiva”, aggiunge. Ma chiude all’ipotesi della nascita di un nuovo partito: “Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente, sulla religione…”, continua Grillo.

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Con la politica “io ci ho rimesso un sacco di soldi, un po’ di salute, una parte della mia famiglia, perché non sono mai stati d’accordo. Siamo partiti con Casaleggio. Poi, mancando Casaleggio sono rimasto un po’ privo. Poi c’è stato Di Maio, bravissimo, per l’amor di Dio, però. Poi ho fatto il garante che non contava quasi nulla. La situazione si è evoluta. Io e Casaleggio non ci siamo mai candidati e mai ci abbiamo pensato. Abbiamo fondato il Movimento nel giorno di San Francesco”, ha ricordato Grillo. L’ex garante ricorda gli albori del movimento e la sua evoluzione. “Quando c’è un politico professionista su una cosa vecchia, preferisco il dilettante su una cosa nuova. Io progettavo una cosa di nuovo”. Di Maio da dilettante è diventato politico?, chiede Fedez. “Sì”. È il palazzo che li ha cambiati…, aggiunge ancora il rapper. “E infatti io volevo limitare gli stipendi, limitare i mandati, due mandati e poi a casa. Io dicevo che il parlamentare che vuole fare politica dopo due mandati va a fare il sindaco, dov’è cresciuto, con l’esperienza da parlamentare. Io lo penso ancora, era quello che ci distingueva da altri partiti. Adesso è un partito normale“. “Il Movimento doveva essere compostabile, non biodegradabile, mi sento postumo di me stesso da vivo, tutto quello che dicevo 20 anni fa devono ancora arrivare qua, questo è il disagio”, aggiunge.

Per Grillo, la base del Movimento 5 stelle di ora “sono persone nuove” rispetto a quelle dell’inizio: “Io non ce l’ho con il movimento, sono anche persone in gamba, qua parliamo di uno spirito che non c’è più, spirito diverso, di felicità”. Per quanto riguarda il simbolo, “certo” che dovrebbe chiamarsi in un modo diverso, “io lo farei anche per dare valore al reverendo Jones, perché lui dovrebbe avere la sua faccia, con il suo stemma e mandare avanti… Lo faccio per lui. Non vedo una rinascita del movimento con quei valori perché è passato, ma vedo che alcune cose sono compostabili. Dicono che sono stato polverizzato, nella polvere però ci sono ancora i semi di qualcosa”, aggiunge.

Durante il podcast parla anche del suo rapporto con Mario Draghi, “banchiere del diavolo che pensava fossi quello che saltava e lo mandava affanculo, ci siamo trovati, ognuno coi propri dubbi. Ci siamo scrutati, poi con ironia ci siamo” trovati, ha detto Grill “Ci mandammo messaggi, io gli scrivevo: Le fragole sono mature. E lui rispondeva: I mirtilli no. Lo feci anche con Mastella ministro degli interni, in un post scrissi: Mastella è nel bosco, attenti. Lui mandò la polizia dietro casa sua. Per capire chi ho di fronte ho sempre giocato sull’ironia”.

Spazio anche alla crescita dei consensi delle destra, anche in Italia: “Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, sulla bandiera, la patria, sono malattie infantili, come gli orecchioni“, ha detto Beppe Grillo. “Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Vannacci… il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio. Lui è come una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica“.

“Io penso che ci sia una piccola manovra per togliere dalla memoria il mio nome”, aggiunge poi il comico: “Ho fatto cinque Festival con Baudo, ho vissuto con lui una vita, poi fanno un programma su di lui e io non ci sono. Presentano i David di Donatello, che io ho preso, e non vengo messo nell’elenco di chi l’ha vinto”, racconta.

Articolo in aggiornamento

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“Nova – Parola all’Italia”, la diretta dall’evento del M5S a Milano

A Milano è in corso la due giorni del Movimento 5 Stelle: “Nova – Parola all’Italia“. Il leader Giuseppe Conte riunisce la base “per due giornate di confronto, partecipazione e discussione, insieme alle tante persone che hanno contribuito a costruire Nova”. Nell’ambito dell’iniziativa, gli iscritti dei Cinque Stelle sono chiamati a votare i 20 punti del programma elaborato dopo mesi di confronto tra attivisti, eletti e associazioni, riuniti ora appunto per Nova.

“Ora tocca a Voi”, ha detto Giuseppe Conte. “Dalla scorsa primavera in 17mila avete partecipato ai tavoli di Nova. Mai cosi tante persone, tutte insieme, hanno avuto la possibilità di incontrarsi in ogni angolo d’Italia, di confrontarsi, di discutere liberamente, suggerendo proposte per rispondere a una domanda ben concreta: cosa deve fare un governo progressista per migliorare davvero la vita delle italiane e degli italiani? Ora tutto questo lavoro preparatorio è completato. Da oggi la parola passa agli iscritti del Movimento 5 Stelle. Fino alle ore 14 di domenica 20 settembre potrete votare le proposte che porteremo al tavolo della coalizione progressista e che vogliamo mettere al centro della nostra azione politica”, ha spiegato il leader del M5s.

Qui il programma completo dell’evento

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Conte strappa le leggi del governo Meloni sul palco di Nova: “Faremo tabula rasa di riarmo, accordi con Israele e salvaladri”

“Quando andremo al governo come prima cosa iniziamo a dire ciò che c’è da cancellare: no al riarmo, accordi con Israele, abuso d’ufficio reintrodotto…”. Così il leader del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte nel suo discorso di chiusura di Nova 2026, la kermesse del partito in corso a Milano.

“Dopo questa tabula rasa realizzeremo il progetto progressista”, ha detto il presidente pentastellato alla fine di un elenco che comprendeva anche la norma salva politici dalla Corte dei Conti e la cancellazione delle norme che limitano gli strumenti investigativi e le intercettazioni. Conte ha fatto il suo discorso strappando sul palco dei cartelli con i nomi delle leggi.

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domenica 20 settembre 2026

Schlein al M5s: “Prima il programma, poi il leader”. Sull’Ucraina non arretra: “Ma troveremo un compromesso”

Prima il programma comune, poi la scelta del candidato premier. E sulle distanze con il M5s, si troverà “un accordo”. La segretaria del Pd Elly Schlein prova a tenere insieme il campo largo proprio nel giorno in cui si chiude il percorso programmatico di Nova dei Cinque stelle, che mette nero su bianco alcuni dei nodi più difficili da sciogliere nell’alleanza da portare alle urne. Il principale resta l’Ucraina e qui anche la posizione dem non cambia: “Fino a che non c’è una pace giusta è giusto sostenere un Paese che subisce un’invasione”, dice Schlein. Che però assicura: “Discuteremo e troveremo un compromesso”. La richiesta del Pd è che l’Unione europea torni protagonista con “una voce negoziale sola” capace di aumentare lo sforzo diplomatico per isolare Vladimir Putin e arrivare a una pace che “non è una resa all’aggressore”.

Quanto al raduno M5s per votare il programma, Schlein dice di aver “guardato con attenzione ciò che è emerso e ci ho ritrovato molte cose condivisibili, se non sovrapponibili. Su quelle su cui non siamo già d’accordo discuteremo”, dice la segretaria dem a Parma, ospite del Festival di Open, il quotidiano online fondato da Enrico Mentana. Respinge l’idea che il lavoro comune debba ancora cominciare: salario minimo e congedo paritario, ricorda, sono proposte già condivise. E si dice “fiduciosa” che, di fronte alla responsabilità “di mandare a casa le destre”, sulle differenze si possa trovare una sintesi: “Quando ci mettiamo insieme governiamo bene”. E sulle prossime amministrative di Milano, “anche lì vale prima l’idea di far capire cosa vogliamo fare nella città, e lo dico sapendo che si muovono tante figure valide”, ha detto rispondendo a una domanda sulla possibilità di supportare il giornalista Mario Calabresi come candidato sindaco del centrosinistra.

Sul candidato premier, invece, la segretaria ribadisce la sequenza: “Prima il programma, lo chiede la nostra gente”. Solo dopo si discuterà della leadership. Le strade indicate sono due: guida della coalizione affidata a chi ha più consenso oppure primarie. “Ma prima il programma comune”, insiste. Una posizione che Schlein lega anche alla partita sulla legge elettorale. Il Pd, avverte, farà “muro” contro una riforma con “parametri incostituzionali” e considera “abnorme” il premio di maggioranza ipotizzato. Quanto all’indicazione preventiva del candidato premier sulla scheda, “siamo contrari”. Se nella coalizione non ci sarà un accordo sulla leadership, “faremo le primarie”.

Infine, l’avversario. Schlein torna sul confronto con Giorgia Meloni, alla quale nei giorni scorsi aveva scritto proponendo un terreno comune sul caro energia. “Io so fare opposizione così: accanto a ogni critica al governo mettiamo una risposta alternativa”, rivendica. La segretaria chiede di utilizzare i 14 miliardi di flessibilità per far scendere le bollette di famiglie e imprese e assicura che su questo proseguirà il lavoro unitario. Il giudizio sul governo resta però netto. Dopo quattro anni di Meloni, sostiene Schlein, il Paese presenta produzione industriale in calo, salari tra i più bassi d’Europa e il costo dell’energia più alto dell’Ue. Per questo, prosegue, serve “un’alternativa solida e credibile” che rimetta al centro la questione sociale ed economica. Da ultimo, la risposta all’annuncio di Meloni sulla legge per imporre un tetto alla presenza straniera nelle classi scolastiche. “Mi sembra che Meloni stia rincorrendo la remigrazione di Vannacci e vorrei capire cosa se ne fanno, di quest’altra proposta di propaganda, quelle famiglie italiane che in questo momento devono trovare 545 euro per i libri di testo”. “È una proposta anche irrealizzabile come già abbiamo sentito dai presidi. – ha aggiunto – Poi la domanda è anche dove pensa di mettere i bambini a cui si nega il diritto alla scuola”.

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Meloni ironizza su Schlein: “Bollo ciao”. E al M5: “Ma non vi vergognate per il Superbonus?”

“Elly cara, carissima, almeno una cosa vera contro di noi dilla, almeno una, ti prego, te le passo io sotto banco”. Lo ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo a ‘Fenix’, la festa nazionale della formazione giovanile di Fratelli d’Italia. “Come facciamo ad avere tagliato sull’università se oggi il fondo di finanziamento è di 9,4 miliardi e quando siamo arrivati era 8,6 miliardi?”. Nei 40 minuti d’intervento dal palco di Gioventù Nazionale, i due maggiori partiti di centrosinistra sono al centro dell’intervento del presidente del Consiglio. “Non si può fare opposizione così su tutto” ha detto Meloni, dopo aver accusato la segretaria del Pd Elly Schlein di “non trovare argomenti veri” per criticarla.

“È un dato statistico che su 5mila cose una buona la dobbiamo aver fatta, una. Manco quando abbiamo tolto il bollo della macchina a 14 milioni di veicoli gli è andata bene. Una volta che pensavamo di poter cantare insieme ‘bollo ciao, bollo ciao’ – ha aggiunto al ritmo di ‘Bella Ciao’ – niente, non gli è andato giù manco questo. Loro lo vogliono pagare il bollo, loro lo vogliono pagare perché lo abbiamo tolto noi. Gli faremo il conto corrente dedicato per i nostalgici del bollo auto, così lo possono pagare”.

Poi tocca al Movimento 5 Stelle. “Una risposta la devo anche ad alcuni presidenti di Regione: la sinistra, il Movimento Cinquestelle, il Pd hanno detto i soldi della campagna elettorale della Meloni li pagano le Regioni, riferendosi al fatto che le risorse per coprire la misura del bollo li toglieremo alle Regioni, il che è falso. Ma veramente avete la faccia di parlare di chi paga le campagne elettorali dopo lo schifo del Superbonus? Dopo che avete accumulato 200 miliardi di debiti che avete scaricato su questi ragazzi e sul governo successivo al vostro perché Giuseppe Conte potesse andare in giro a fare la campagna elettorale dicendo che ti ristrutturavi casa gratuitamente? Ma non vi vergognate? Ci vuole coraggio”.

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Montanari sul Nove: “Il centrosinistra vince radicalizzando il discorso. Quella della Costituzione è una lingua radicale”

“Al referendum, che è stata la vera battuta d’arresto del governo Meloni, sono andate a votare milioni di persone che non votano alle elezioni politiche e nemmeno alle amministrative. E per cosa lo hanno fatto? Per una cosa che si chiama Costituzione della Repubblica, perché soprattutto i ragazzi e le ragazze avvertono la radicalità di quel discorso. Il centrosinistra vince radicalizzando il discorso, che non vuol dire renderlo estremista, ma più chiaro. La lingua della Costituzione è una lingua radicale”, così lo storico dell’arte Tomaso Montanari, ospite di Accordi&Disaccordi, il talk condotto su Nove da Luca Sommi, con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, ha commentato il programma in 20 punti presentato a Nova dal Movimento 5 Stelle.

“Il programma di Nova, che io trovo sulla guerra ineccepibile, su altre cose, dall’immigrazione al lavoro alla fiscalità, si può discuterne da sinistra e può venire fuori un programma bello e importante, perché la pluralità di anime non è un male, purché siano anime nel perimetro della Costituzione”.

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sabato 19 settembre 2026

Conte omaggia Di Battista: “Dibba, siamo con te, torna con noi. Forza, fai presto”. A Nova lunghissimo applauso e platea in piedi

Un messaggio di affetto ad Alessandro Di Battista irrompe dal palco di Nova, l’appuntamento milanese del M5s dedicato al confronto sulle idee che dovranno orientare la proposta politica dei pentastellati in vista delle prossime elezioni nazionali. Nel corso dell’iniziativa al World Join Center, dove Giuseppe Conte si confronta con iscritti e militanti chiamati anche a esprimersi su venti proposte programmatiche, il presidente del M5s ha voluto rivolgere un pensiero all’ex deputato.
“Visto che parliamo di comunità – ha esordito – permettetemi di sollecitare a tutti voi e a tutti noi un grande abbraccio a un compagno di questa comunità che noi non dimentichiamo: Alessandro Di Battista, Dibba per noi“.

E ha aggiunto: “Siamo con te, Ale! Torna con noi. Abbiamo tante battaglie che ci accomunano. Forza, fai presto”. Parole accolte da un lunghissimo applauso: il pubblico si è alzato in piedi per tributare una vera e propria ovazione a Di Battista. Il saluto arriva all’indomani del ritorno a casa dell’ex parlamentare: dopo il ricovero al Policlinico Gemelli, seguito al rientro da Cuba a bordo di un’aeroambulanza, Di Battista ha comunicato ieri sui social di essere stato dimesso. “Sto molto meglio e finalmente sono a casa”, ha scritto, ringraziando i medici, il personale dell’ospedale romano e quanti gli sono rimasti vicini. Di Battista ha inoltre anticipato che nelle prossime settimane racconterà il percorso di recupero che lo attende.

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M5s, Conte a Nova: “Emerge un mandato chiaro. No all’economia di guerra, no al riarmo”

“No all’economia di guerra, no al riarmo”. Questo è il mandato che emerge dalla base del Movimento 5 stelle. Lo dice subito Giuseppe Conte, aprendo il suo discorso a “Nova – Parola all’Italia”, l’evento di confronto interno ai Cinquestelle in corso oggi e domani a Milano, da cui uscirà il programma che da presentare agli alleati di una coalizione progressista. Conte ribadisce la linea rossa del M5s: “Emerge un mandato chiaro, ben preciso: dobbiamo costruire percorsi di pace, con la guerra non andiamo da nessuna parte”.

Da ‘Nova’ arriva quindi l’ennesimo segnale al Pd: no al riamo. Conte lo ribadisce durante l’intervento alla prima delle due giornate milanesi: “Le armi allontanano la pace. C’è la necessità di investire dove davvero ci sono i bisogni dei cittadini, delle famiglie e delle imprese. No a un’economia di guerra, no al riarmo“. Il leader M5s rivendica il suo operato al governo: “Nel momento di massima sofferenza del Paese abbiamo creato i presupposti per costruire insieme cantieri di speranza, asili nido, scuole, per rafforzare la ricerca, le università, l’innovazione. Non per cantieri di guerra, per gli arsenali pieni di armi“.

“Sulla costruzione di percorsi di pace e sicurezza vera, cioè quella cooperativa non quella della deterrenza militare, non saremo mai soli, la popolazione europea sono sicuro che ci appoggerà”, prosegue Conte dal palco di Nova, negando l’ipotesi di un’Italia isolata se dovesse portar avanti la politica del no alle armi a Kiev. “In ogni caso se l’Italia sarà capofila e protagonista di questa svolta, saremo contagiosi – ha aggiunto -, perché se hai coraggio e visione chiara sei contagioso”. “E poi la scommessa militare l’abbiamo vista quattro anni e mezzo – evidenzia Conte – quindi oggi serve qualcuno che abbia la determinazione di dare un valore aggiunto, cioè la svolta negoziale“.

Il no alla corsa al riamo e agli aiuti militari a Kiev è il primo punto “non negoziabile” per le attiviste e gli attivisti del Movimento 5 Stelle che stanno partecipando a “Nova – Parola all’Italia”. Durante l’evento gli iscritti sono chiamati a votare i venti punti del programma elaborato dopo mesi di confronto tra attivisti, eletti e associazioni, riuniti ora appunto per Nova. E il tema del no alla guerra resta il nodo centrale, come hanno raccontato i presenti al FattoQuotidiano.it.

Gli iscritti però hanno posto l’accento anche su altre questioni: in primis, le battaglie per la sanità e per il ritorno del reddito di cittadinanza. “Questo mandato mi onora e mi responsabilizza e cercherò di assolverlo con la massima determinazione, fermezza e chiarezza, non pensate che sia disponibile a diluirlo”, dice Conte parlando del mandato che gli viene dato con il programma in venti punti che l’ex premier dovrà portare al tavolo della coalizione di centrosinistra. “Non pensate che sia disposto a diluirlo perché tutto diventi un galleggiare e vivacchiare della politica – conclude Conte – Mi conoscete”.

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“No al riarmo e alla politica bellicista, i giovani vogliono altro”: il punto non negoziabile della base M5s al raduno Nova di Milano | il vox

Dalle armi all’Ucraina al riarmo europeo, dal reddito di cittadinanza 2.0 alla battaglia per la sanità. Sono questi i punti “non negoziabili” per le attiviste e gli attivisti del Movimento 5 Stelle che stanno partecipando a “Nova – Parola all’Itali”, la due giorni di confronto partecipazione e discussione della base M5S. Durante l’evento gli iscritti sono chiamati a votare i venti punti del programma elaborato dopo mesi di confronto tra attivisti, eletti e associazioni, riuniti ora appunto per Nova. E tra il pubblico dell’evento in tanti non hanno dubbi: “Non abbiamo necessità di riarmaci mentre abbiamo ospedali e scuole che cadono a pezzi” racconta un attivista di Agrigento. “Continuare a inviare armi allontana la pace” tuona dal palco il capogruppo M5S alla Camera Riccardo Ricciardi. La platea applaude. “Il riarmo e le armi all’Ucraina non sono negoziabili, ci dev’essere una svolta da parte della coalizione progressista e che si differenzi dalla politica estera di Meloni e dell’Unione Europea” racconta Francesco Spanghero, referente regionale del network giovani M5s del Friuli Venezia Giulia. Il tema del no al riarmo è sentito soprattutto dai più giovani, anche nel campo del Pd come testimonia l’invito alla diserzione lanciato una settimana fa dalla leader dei giovani del Pd Virginia Libero. “Ci fa piacere che anche nei Giovani democratici ci sia questa voglia di essere davvero progressisti e quindi dire no al riarmo – conclude Ivan Carlone, del network giovani piemontese – non so però come la pensino i senior del Pd dato che hanno varie anime, mentre noi siamo compatti su questo”.

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venerdì 18 settembre 2026

“Cancellare la giustizia a doppio binario del governo Meloni”: nel programma M5s anche il ritorno dell’abuso d’ufficio

Ripristinare il reato di abuso d’ufficio, potenziare le intercettazioni, restituire i poteri di controllo alla Corte dei conti. Più in generale, “abolire tutte le norme del governo Meloni che hanno creato una giustizia a doppio binario: benevola con i potenti e inflessibile con i cittadini comuni”. Non usa sfumature sul tema giustizia il programma elettorale del Movimento 5 stelle, aperto da venerdì al voto online degli iscritti nell’ambito di Nova, l’iniziativa di coinvolgimento della base che domenica si concluderà a Milano. E accanto al principale elemento di discordia, cioè la questione dell’invio di armi all’Ucraina, anche in questo ambito potrebbe aprirsi qualche frattura tra i pentastellati e gli alleati del Pd. Nel documento, infatti, il partito di Giuseppe Conte chiede di ripristinare l’abuso d’ufficio – reato abolito dalla legge Nordio del 2024 – “con una formulazione chiara e circoscritta, che colpisca gli abusi senza paralizzare i sindaci”. In pratica un ritorno alla versione modificata nel 2020 dal governo Conte II, che ha previsto la punibilità del funzionario pubblico solo quando viola norme “dalle quali non residuino margini di discrezionalità“. Una posizione che però potrebbe non piacere agli amministratori locali dem, da sempre favorevoli all’abrogazione totale del reato. Anche se a luglio Conte, rispondendo a una domanda del Fatto sull’argomento, aveva tagliato corto: “Non c’è da discutere, sarà nel programma“.

Sotto lo stesso punto 8 (“Controlli e legalità della pubblica amministrazione”) il documento propone anche il dietrofront rispetto alla riforma della Corte dei conti, “abrogando il tetto che limita il risarcimento del danno erariale (a un massimo di due annualità di stipendio, ndr) e la presunzione di buona fede per i titolari di organi politici”. I pentastellati vogliono “ripristinare l’autonomia e l’indipendenza” dei giudici contabili, compromesse dalla gerarchizzazione delle Procure prevista dalla riforma. E chiedono di “restituire” alla Corte “il controllo concomitante“, cioè in corso d’opera, su Pnrr, sanità e grandi opere, abolito nel 2023 dopo una serie di pronunce sgradite al governo.

Al punto 15 (“Lotta alle mafie, appalti puliti, politica trasparente”) si chiede di “introdurre verifiche preventive e tracciabilità dei flussi negli appalti e garantire riservatezza, tutela dalle ritorsioni e canali indipendenti per i whistleblower“; nonchè un “potenziamento delle intercettazioni e degli strumenti di indagine, con controlli giudiziari e pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge”. Dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’ergastolo ostativo, si pretendono “controlli più rigorosi sui detenuti mafiosi che accedono a benefici, per verificare l’assenza di collegamenti attuali con le organizzazioni criminali“: una proposta già lanciata quest’estate da Conte insieme ai parlamentari frontman del Movimento sulla giustizia, gli ex pm Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho. Infine, si propone “una vera legge sul conflitto di interessi e regolamentazione delle lobby” e una modifica delle norme parlamentari per “contrastare i privilegi di casta”, impedendo nuovi “casi Delmastro”, l’ex sottosegretario alla Giustizia le cui chat con il prestanome del clan Senese sono state negate ai pm di Roma.

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Il M5s lancia il Patto generazionale: 15mila euro a chi compie 18 anni, abbonamento unico nazionale per i trasporti e voto ai 16enni

“Dodici diritti per una generazione libera”, recita il sottotitolo del Patto generazionale lanciato dal Movimento 5 Stelle. “Non una somma di bonus o interventi spot per giovani, ma un accordo pubblico per l’autonomia: lavorare, studiare, abitare, muoversi, curarsi, formarsi e scegliere dove costruire la propria vita”, si legge nell’introduzione. I giovani iscritti, potranno votarlo sul sito del partito, insieme al programma in 20 punti – frutto dei suggerimenti di attivisti, eletti e associazioni, riuniti per Nova – che poi sarà portato al tavolo della coalizione progressista.

Il documento è stato proposto dalla comunità del network giovani. Tra le misure più rilevanti, “Capitale 18”: un riconoscimento al compimento dei 18 anni di una dotazione pubblica di 15mila euro, ispirata alla proposta di eredità universale del Forum disuguaglianze e diversità, ma resa selettiva e finalizzata. La misura è destinata ai giovani appartenenti a famiglie con reddito annuo complessivo inferiore a 300mila euro, con una modulazione che concentri il beneficio sui redditi bassi e medi.

“Con questo patto mettiamo i giovani al centro del nostro programma e della nostra azione politica, ma facendo della questione generazionale una chiave di lettura di ogni nostra scelta. Lavoro, casa, fisco, formazione, welfare, transizione ecologica: ogni punto deve misurarsi con l’impatto concreto che avrà sulla vita delle nuove generazioni. Vogliamo misure capaci di cambiare davvero le condizioni materiali dei giovani, restituendo loro autonomia, opportunità e potere di scelta”, spiega Vittoria Baldino, vicepresidente e referente della comunità giovanile del M5s.

Per l’autonomia economica nei primi anni di lavoro si prevede una “Irpef generazione“: una detrazione aggiuntiva sui redditi da lavoro per i primi cinque anni effettivi di occupazione, utilizzabile entro i 35 anni e concentrata sui redditi bassi e medi. “Il beneficio – si legge nel testo – è pieno nei primi due anni, si riduce progressivamente nei successivi tre e si azzera oltre una soglia di reddito, senza salti d’imposta. Si applica al lavoro dipendente e autonomo personale ed è riconosciuto automaticamente in busta paga o in dichiarazione. Le risorse derivano dal riordino degli incentivi occupazionali frammentati e meno efficaci: il sostegno non va all’impresa perché assuma un giovane, ma direttamente al giovane perché possa diventare autonomo”.

Il diritto alla mobilità è garantito da un “climate ticket giovani“, che prevede “un unico abbonamento nazionale, valido sul trasporto pubblico urbano ed extraurbano e sui treni regionali, a tariffa fortemente agevolata per gli under 30 e gratuito sotto una soglia Isee”. Per chi vuole andare all’università e ha un reddito basso la soluzione è quello di un “assegno di autonomia universitaria, che prevede un sostegno nazionale mensile per studenti universitari e Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) appartenenti a famiglie con redditi bassi e medi, maggiorato per fuorisede e pendolari con elevati costi di mobilità”.

Un altro capitolo è dedicato al lavoro gratuito, che deve essere abolito attraverso un compenso minimo nazionale e la contribuzione previdenziale per tirocini extracurriculari e praticantati. Inoltre, il Patto sottolinea l’importanza del benessere psicologico delle nuove generazioni. “Garanzia salute mentale under 30” punta a definire un livello essenziale nazionale che assicuri accesso gratuito, primo colloquio entro un tempo massimo e presa in carico pubblico quando clinicamente indicato.

Con lo “Youth test e bilancio generazione” si vuole rendere obbligatoria, per ogni legge con impatto significativo e per la legge di Bilancio, una valutazione preventiva degli effetti su giovani e generazioni future. E ancora: mille euro al mese per chi lavora nella cultura e nella creatività con il “reddito creativo“. Ultimo, ma non per importanza, il diritto di voto ai sedicenni.

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M5s, nei 20 punti proposti agli iscritti contributo sugli extraprofitti e “prelievo sulle grandi attività finanziarie”. Tassa sui ricchi solo a livello Ue

Meno tasse sul lavoro e sui redditi bassi e medi, più prelievo sulle “rendite finanziarie speculative” e sugli extraprofitti realizzati nei settori “caratterizzati da rendite eccezionali”, una strategia nazionale anti evasione e la promozione a livello Ue di una tassa sui super ricchi. È il cuore del quinto dei venti punti di programma da portare al tavolo della coalizione progressista che il Movimento 5 Stelle sottopone al voto degli iscritti nell’ambito di Nova. Il capitolo fiscale contiene solo una versione edulcorata della proposta più citata dagli iscritti coinvolti nei tavoli territoriali della scorsa primavera e oggetto di discussione interna tra il leader Giuseppe Conte – contrario – e la ex vicepresidente del Movimento Chiara Appendino: quella di una tassa nazionale sui grandi patrimoni. Sotto la voce “Premiare gli investimenti, disincentivare la speculazione” compare infatti un “prelievo progressivo sulle grandi attività finanziarie, con soglie elevate, ad esclusione del piccolo risparmio, previdenza e titoli di Stato”.

La frase sembra rimandare, pur lasciando indefiniti base imponibile e aliquote, a un’imposta sul patrimonio finanziario. Da cui resterebbero fuori le attività reali che sono parte rilevante della ricchezza dei più benestanti: immobili, terreni, partecipazioni in società non quotate, opere d’arte, yacht e simili. Nessun riferimento a una modifica della tassazione delle successioni, al momento bassissima tanto da fare dell’Italia un vero e proprio paradiso fiscale per gli eredi. Per la patrimoniale vera e propria si rimanda ancora una volta al livello europeo, spiegando che occorre “promuovere l’armonizzazione fiscale per i capitali in Europa, il contrasto ai paradisi fiscali e una tassazione comune sulle grandissime fortune e sulle multinazionali”. Traguardo molto lontano, considerato che le decisioni fiscali dell’Ue richiedono l’unanimità degli Stati membri. Insieme alla patata bollente delle armi a Kiev, sarà uno dei punti più delicati di confronto con gli alleati. Lo scorso fine settimana, alla Festa del Fatto alla Versiliana, l’economista Emanuele Felice ha ufficializzato una proposta elaborata nei tavoli tecnici che stanno preparando il programma elettorale del Pd: una “Zucman tax” del 2-3% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro da introdurre a livello nazionale. Su cui ci sarebbe il via libera della segretaria Elly Schlein.

Strettamente legate le misure proposte in coda al quinto punto: la exit tax sui grandi patrimoni che trasferiscono altrove la residenza e lo stop alla deducibilità delle royalties verso paradisi fiscali, oltre all’esclusione dagli appalti per le “società opache”. Restando sul fisco, nel programma messo al voto non si immagina una vera e propria riforma complessiva dell’Irpef svuotata dai regimi cedolari, ma l’idea è quella di rendere l’imposta sui redditi delle persone fisiche “più progressiva ampliando scaglioni e no tax area” e “introdurre crediti d’imposta cedibili, programmati, tracciabili e anche rimborsabili anche per gli incapienti”. Oltre a prevedere meccanismi automatici di neutralizzazione del “fiscal drag” (l’incremento del prelievo per effetto dell’inflazione): si tratterebbe dunque di indicizzare scaglioni e aliquote. Immancabile la tassazione degli extraprofitti determinati da “fenomeni esterni straordinari o posizioni dominanti, a partire da energia, banche, assicurazioni, industria bellica e grandi piattaforme digitali“.

Poche novità sulla lotta all’evasione: si parla di una strategia pluriennale con obiettivi annuali e verificabili e un maggiore utilizzo integrato di fatturazione elettronica, pagamenti digitali, banche dati e intelligenza artificiale, mantenendo “il controllo umano, la privacy e il diritto al contraddittorio”. Per i soli “grandi evasori” viene proposta una stretta sulle soglie di punibilità, dove previste, “per le condotte evasive di maggiore rilevanza” e il rafforzamento di pene, confische e strumenti patrimoniali contro le grandi frodi, le fatture false, le società schermo e l’occultamento dei patrimoni. Il documento chiede inoltre di limitare i benefici premiali e le cause di non punibilità nei casi di frode fiscale più grave, distinguendoli dagli errori formali e dalle violazioni minori.

Per quanto riguarda l’economia reale, il quinto punto si apre con la promessa di un “grande piano di investimenti per la crescita” da finanziare attraverso “un fondo nazionale per la crescita capace di mobilitare volontariamente risparmio privato e capitale istituzionale verso innovazione, infrastrutture, transizione tecnologica e filiere industriali che operi con equity, garanzie, venture capital, debito e condivisione del rischio”. Che andrebbe affiancato da una “Banca pubblica per la capitalizzazione delle PMI”, che favorisca patrimonializzazione e crescita dimensionale attraverso garanzie pubbliche selettive e parziali su obbligazioni, minibond e altri strumenti finanziari facilitando l’accesso al mercato dei capitali e riducendone la dipendenza dal
credito bancario. Il settimo punto introduce altri elementi: riduzione dei costi amministrativi per le imprese e annuncia un nuovo “Statuto per le imprese”: un quadro giuridico “chiaro e moderno per rilanciare l’economia reale, le imprese che producono valore aggiunto, occupazione e innovazione, contro la dilagante finanziarizzazione dell’economia”.

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Bersani: “Pd, M5s e Avs si diano una mossa. Io do una mano ma servono animatori del villaggio”. Botta e risposta con Gruber

Confronto serrato a Otto e mezzo, su La7, tra la conduttrice Lilli Gruber e l’ex leader del Pd Pier Luigi Bersani sul campo progressista e sui tempi per un’alleanza unitaria. La giornalista ricorda l’intervista rilasciata lo scorso luglio dall’ex ministro a Repubblica, dove sollecitava la stesura del programma unitario della coalizione formata da Pd, M5s e Avs.
“Ecco, non è successo – commenta Gruber – Quindi? Qual è il problema politico?”.
“Veramente non è dal luglio scorso – precisa Bersani – ma è da un anno e mezzo che io dico di mandare avanti i carri, di cantare in coro, poi mi sono venute meno anche le metafore. E quindi siamo arrivati lunghi”.
Ma aggiunge: “Però abbiate pazienza: io vi inviterei a considerare il fatto che noi veniamo dal 2022, quando abbiamo regalato la Meloni la vittoria avendo più voti perché eravamo divisi. Non è da buttare via il fatto che il 2022 non ci sarà più, ok? Quello è assodato. Si arriva di lungo perché, certo, non sono mancate delle difficoltà”.

La conduttrice lo interrompe: “Io capisco che lei voglia bene alla sinistra, al campo largo”.
Bersani replica: “E va bene, cosa devo dire secondo lei?”.
“Non lo so, magari deve dire che se non si danno una mossa, forse per il Paese ci saranno dei problemi seri”, insiste la Gruber.
“Benissimo – ribadisce Bersani – io lo sto dicendo da tempo e lo ripeto: datevi una mossa e io do una mano“.
“Ma nessuno vuole la sua mano o sbaglio?”, chiede la giornalista.
“Ma questo non è vero – ribatte l’ex segretario dem – Schlein? Ci siamo parlati tante volte. Poi io quello che dico nello stretto dico anche nel largo, ci vogliono anche un po’ di animatori del villaggio“.

Gruber poi gli chiede un parere sul caso Ranucci. “È chiaro che c’è un attacco al giornalismo d’inchiesta, questo è fuori di ogni discussione – osserva Bersani – Report ha dei meriti enormi, Sigfrido Ranucci ha dei meriti grandi, ma nel farli valere, a volte, ho trovato più sobrio Garibaldi“.
“E qui stendiamo un velo – commenta Gruber – Quindi, il centrosinistra non solo non le chiede di fare il federatore, ma se si va alle elezioni già nella primavera del prossimo anno, io non so dove pensiate di avere il tempo di mettere insieme tutti, di elaborare un programma e di presentarlo in modo comprensibile all’elettorato”.

Bersani non drammatizza: “C’è tutto il tempo per farlo. Se il programma non è un libro, il no al 5% di riarmo perché ci sono 20 miliardi che servono per la sanità sta in tre righe. Se sul lavoro dici che serve una legge sulla rappresentanza e contrattazione, che i giovani vanno pagati quando sono giovani – continua – questione salariale, salario minimo, parità salariale tra uomo e donna, tutto questo sta in tre righe. Credo che procedendo così non ci voglia tantissimo e ci voglia anche poco a farlo arrivare all’elettorato. Se stringi i bulloni su questi punti, puoi fare in grazia di Dio le primarie, le secondarie o le terziarie. Puoi fare quello che vuoi”.
“Lei è un inguaribile ottimista“, chiosa Lilli Gruber.

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giovedì 17 settembre 2026

Grillo attacca Conte dai microfoni di Fedez: “Il Movimento è in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli”

“Oggi il Movimento è un’altra cosa, in mano al reverendo Jones, l’uomo che sussurrava ai cavilli”. E ancora: “Un Movimento che di progressista ha solo la paralisi della mente, progressiva. Non hanno un’idea”. L’ultimo attacco di Beppe Grillo al Movimento 5 Stelle e al suo leader, Giuseppe Conte, arriva dai microfoni di Pulp Podcast, il programma di Fedez e Mr. Marra, nel quale i due dialogano con personaggi provenienti dal mondo della politica, dell’attualità e della cultura pop.

Nelle anticipazioni dell’episodio, pubblicate su Instagram, vengono riportate alcune frasi con cui l’ex garante e fondatore attacca il M5s e si lamenta della situazione politica del Paese: “Mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo vent’anni fa devono ancora arrivare”.

Si tratta solo dell’ultimo scontro tra Grillo a Conte. Nel corso della festa del Fatto alla Versiliana, infatti, intervistato da Peter Gomez e Luca De Carolis, il presidente del M5s è stato sollecitato sul ritorno pubblico di Beppe Grillo a Pulp Podcast. “Vada dove vuole”, ha detto in maniera secca l’ex presidente del Consiglio. Parole che non sono state gradite dall’ex comico che ha aggiornato il suo stato WhatsApp con una chiara critica al partito guidato da Conte, definito “Movimento Zero Stelle“.

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“Conte dovrà fare pippa sul no alle armi a Kiev. Faccia pure ammuina, ma il nostro sostegno è incrollabile”: le certezze del riformista Pd Sensi

“Io per fortuna non sono Conte, quindi non sono un leader politico. Dico che Conte dovrà fare pippa, non c’è grande scelta. Lui può fare tutta l’ammuina che vuole per il suo pubblico e il suo elettorato, ma il sostegno all’Ucraina per il Pd e per la coalizione che si farà è incrollabile”. Lo afferma il senatore del Pd Filippo Sensi, ospite di Battitori liberi su Radio Cusano, nel confronto con i conduttori Gianluca Fabi e Savino Balzano sulla linea ferma del M5s e del suo leader Giuseppe Conte contro l’invio di armi a Kiev.

Sensi, ex portavoce e capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio dal 2014 al 2018, prima con Matteo Renzi e poi con Paolo Gentiloni, è una delle voci più esposte della minoranza riformista del Pd, quella che lui stesso descrive come “un po’ più vocale e spinta”, sul sostegno a Kiev. Alla domanda sul problema che la posizione del M5s pone al Pd, Sensi risponde: “Tutto il Pd, da quando c’è stata l’invasione russa in Ucraina, ha sempre avuto la stessa linea. Altri partiti, come il M5s, all’inizio hanno detto sì al sostegno anche militare all’Ucraina, poi hanno cominciato a non votare più. Noi del Pd abbiamo sempre votato così e continueremo a votare nello stesso modo – continua – Su questo punto del sostegno a Kiev non ci sono distinzioni tra correnti interne al Pd. Ovviamente noi della minoranza riformista del Pd vorremmo un sostegno più caloroso e non recalcitrante. Però, ripeto, il Pd sostiene l’Ucraina e continuerà a sostenerla”.

Balzano obietta che, se Conte “dovrà fare pippa”, dovrà piegarsi alla linea del Pd sull’invio di armi e che, in caso contrario, “ci perderebbe completamente la faccia”. Mentre il conduttore pronuncia queste parole, Sensi accompagna la replica con un gesto eloquente della mano, come a sminuire il leader del M5s. Poi precisa: “Non esiste un governo europeo che non dia sostegno all’Ucraina. Non c’è. C’era prima l’Ungheria, ma stop: non c’è nessun governo liberale, conservatore, con dentro populisti di sinistra e di centrosinistra, perché questa è l’Europa e perché questo è un impegno che abbiamo e che riguarda la nostra vita, il nostro futuro, la nostra sicurezza”. E aggiunge: “Quindi, va tutto bene quando uno dice ‘il disarmo, l’Ucraina, basta, mai più’: potrà produrre qualsiasi tipo di motivazione da leguleio, del tipo ‘mandiamo i soldi ma non le armi’. Inventatevi quello che volete, ma il sostegno all’Ucraina resterà. E non perché è la linea del Pd, ma perché sono i fatti”.

Sulla possibilità che il M5s esca dal campo progressista e che faccia il suo ingresso Matteo Renzi, il senatore dem osserva: “Questo non lo so. L’alleanza di centrosinistra, sta lavorando insieme in Parlamento da un po’ su tanti provvedimenti, dal M5s ad Avs, Italia Viva, +Europa e Pd. Già questo è un pacchetto di proposte e di intese su cui si può costruire. Io penso che noi dobbiamo essere il più aperti possibile e non sdegnosi. Però queste non sono decisioni che riguardano me, che sono un peone, ma credo che tutti quelli che vogliono lavorare insieme per costruire una proposta alternativa alla destra siano benvenuti”.

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mercoledì 16 settembre 2026

Quando Meloni chiamò Tridico “Cetto La Qualunque” per aver proposto l’abolizione del bollo in Calabria

Atreju, 14 dicembre 2025. La presidente del consiglio Giorgia Meloni commenta i risultati delle regionali: “Per batterci alle elezioni il centrosinistra si è giocato ogni carta possibile, inclusi il riconoscimento dello stato della Palestina se avessero vinto nelle Marche e l’esenzione dal bollo auto se avessero vinto in Calabria. Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Otto von Bismarck. Non è andata così. A mettere fine alla guerra in Palestina è stato l’odiato Donald Trump e le regionali sono finite 3 a 3″. Una frase che ora, dopo l’abolizione del bollo auto per il 2027, annunciata dalla premier dopo il consiglio dei ministri di oggi, è stata riportata a galla da Pasquale Tridico, capodelegazione del M5S al Parlamento europeo e fautore della proposta durante la campagna elettorale per le regionali calabresi.

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Da Grillo a Renzi, al campo largo: una lunga storia d’odio dentro il centrosinistra

di Leonardo Botta

In principio furono Beppe Grillo e Piero Fassino. Il primo, forte della risonanza del suo urticante blog, si vestì da “grillo parlante” del centrosinistra e provò a entrare nel Partito Democratico (guidato da Franceschini; era il 2009), rimproverando alla sua dirigenza di aver consegnato ancora una volta l’Italia allo “psiconano” (così Grillo chiamava Berlusconi). Il PD spocchiosamente rispose picche; “epica” fu la reazione della “lince” Fassino: “Se Grillo vuole fare politica, fondi un suo partito e vediamo quanti voti prende”. E quello lo prese in parola: nacque la stagione dei “Vaffaday” che condusse la sua creatura politica, il Movimento 5 Stelle, fino alle elezioni del 2013, nate sulle ceneri del berlusconismo; nelle quali il M5S incassò il sorprendente risultato di un voto su quattro e in cui Pier Luigi Bersani, dopo la “travolgente” campagna “sbianchiamo il giaguaro”, dovette prendere atto di “essere arrivato primo ma non vittorioso”.

Seguirono giorni di trattative fallimentari tra PD e M5S (celeberrimo l’incontro in diretta streaming), complice anche l’accordo sfumato su Rodotà al Quirinale. Nacque perciò il governo Letta di larghe intese tra PD e Forza Italia-Udc; a quel governo i grillini, arrivati in Parlamento per “aprirlo come una scatoletta”, mostrarono la più strenua opposizione anche con atteggiamenti biliosi, quasi negando persino il saluto negli emicicli agli avversari.

Poi arrivò Renzi che, dopo il proverbiale “Enrico stai sereno”, sfilò la poltrona di premier al compagno di partito, cooptò i “diversamente berlusconiani” dell’NCD di Angelino Alfano, dopo aver invano tentato un nuovo accordo in streaming con Grillo (“Beppe, esci da questo blog!”). E l’astio tra l’uomo di Rignano sull’Arno e i grillini crebbe, fino a rasentare l’odio personale, anche nella successiva legislatura in cui l’accordo M5S-Lega portò lo sconosciuto Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Un astio che si alimentava di quotidiani colpi bassi, tra sprezzanti giudizi di Renzi ricambiati dai gesti delle manette dei parlamentari 5 Stelle durante le inchieste giudiziarie che coinvolsero i suoi genitori.

Il primo segnale di tregua arrivò dopo l’estate del Papeete, che nei progetti di Salvini avrebbe dovuto portarlo alla guida di un nuovo governo passando per le elezioni forte di un consenso bulgaro: mentre quasi tutto il PD era rassegnato alle urne, Renzi s’inventò gli accordi che partorirono il Conte II. Ma si trattò di pace armata: prima l’ex premier lasciò il PD e fondò un suo partito, Italia Viva; poi, in piena pandemia, segò le gambe della poltrona di Conte spianando la strada a Draghi.

E veniamo a oggi: dopo aver dovuto prendere atto che non sarebbe mai diventato il nuovo Macron, l’uomo dal consenso in doppia cifra, e dopo aver gabbato il suo ultimo “tassista” Carlo Calenda, Matteo “una-ne-pensa-cento-ne-fa” ha chiesto di tornare all’ovile del centrosinistra (intanto battezzato “Campo largo”) in nome dell’esigenza di battere la Meloni, costi quel che costi e turandosi reciprocamente il naso. E, se la reazione dei leader di PD e AVS, Schlein e Fratoianni-Bonelli, si mostra non entusiasta ma fattiva, sacche di strenua resistenza permangono nel mondo dei 5 stelle, soprattutto nell’elettorato più duro e puro. Le tesi sembrano inconciliabili: da una parte si afferma che senza il “centro” la Meloni non si batte; dall’altra, che i voti che porterebbe Renzi sono meno di quelli che l’alleanza farebbe perdere: vai capire dove stia la verità.

Nel frattempo chissà, il centrosinistra, i cui leader continuano a farsi fotografare insieme ma senza Renzi, forse aspetta che consolidi un po’ l’operazione politica di un’eventuale altra “quarta gamba” alternativa a IV-Casa Riformista, magari quella del Progetto Civico di Alessandro Onorato in tandem con la formazione siciliana di Ismaele La Vardera. Intanto, Renzi continuerà con il suo “canto delle sirene”, giurando (o spergiurando) che “c’eravamo tanto odiati e ‘mo scurdammece ‘o passato e nun ne parlammo cchiù”.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Conte a La7: “Il riarmo è solo un’illusione di sicurezza, in realtà ci sta trascinando in guerra”. Botta e risposta con De Angelis

Confronto serrato a DiMartedì (La7) tra il presidente del M5s Giuseppe Conte e il vicedirettore de La Stampa Alessandro De Angelis, sul nodo che divide Pd e M5s: l’invio di armi all’Ucraina e il possibile ricorso alle primarie per decidere la linea di politica estera del campo progressista.
De Angelis incalza il presidente pentastellato: “Se fate le primarie e se vince lei, le armi non si mandano più. Se vince la Schlein, si continuano a mandare, cioè vi giocate l’Ucraina nelle primarie: questo nodo della politica estera come lo sciogliete?”.
Conte risponde: “Un progetto progressista non può che essere alternativo all’azione di governo e alla politica estera fin qui attuata da Palazzo Chigi. Quindi, se dobbiamo essere progressisti, il giorno dopo si dà una svolta in politica estera. Se continuiamo a mandare le armi e a dire che sta andando tutto bene, in che cosa ci caratterizziamo in senso progressista? Oggi dobbiamo rivoluzionare la nostra politica estera, il nostro approccio”.
E aggiunge: “L’Europa è sparita. Vi rendete conto che è in frantumi e non esiste più? E secondo voi possiamo continuare ad andare lì a sottoscrivere il piano di riarmo da 800 miliardi? Quando in due ore quel piano di riarmo è stato approvato dal Consiglio Europeo e Giorgia Meloni lo ha firmato, ho posto subito una questione: AfD già allora era il primo partito. Ma – continua – coi neonazisti che andranno al governo di una Germania super potenza militare cosa facciamo? Voi che siete favorevoli ancora al riarmo e alle armi dovete spiegarci questo! Siete voi che ci dovete dare una risposta: come la mettiamo con AfD?”.

Il giornalista obietta che Conte “sta confondendo due piani”: “Un piano è quello della difesa europea e lei dice che l’Europa non c’è più. Ma se non si sostiene il diritto dell’Ucraina a difendersi poi non c’è più neanche l’Ucraina, a lei sfugge questo particolare”.
L’ex premier ribatte: “Lei sta parlando con chi sin dall’inizio ha condannato senza se e senza ma l’aggressione russa e per il primo invio anche di materiale bellico militare noi del M5s siamo stati favorevoli con una decisione sofferta. Ma la condizione era che ci fosse una svolta negoziale: l’Europa a quel tavolo non si è mai seduta, ma ha scommesso sulla vittoria militare. È una scommessa perdente e anche irresponsabile, perché è fatta sulla pelle di centinaia di migliaia di persone, ucraini innanzitutto che continuano a morire”.

Conte chiude il botta e risposta insistendo sulla necessità di un cambio di rotta: “Il problema serio è che dobbiamo dare una svolta all’Italia e assolutamente anche cambiare l’Europa, perché oggi ormai sta prevalendo la legge più forte, non c’è più neppure un orizzonte di sicurezza e di pace, ma solo del riarmo che crea un’illusione di sicurezza, perché ci sta facendo rotolare in guerra. Allora dico: la vostra scommessa sulla vittoria militare è fallita. Adesso dateci un mandato per cambiare“.

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martedì 15 settembre 2026

Travaglio a La7: “Grillo vuole fondare un nuovo partito? Non capisco dove creda di andare. Non ha elettori, né candidati, né soldi”

“Non è Conte che ha fatto fuori Grillo, Grillo si è fatto fuori da solo“. Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta così nella prima puntata stagionale di Otto e mezzo (La7) l’ipotesi che Beppe Grillo stia pensando a un nuovo soggetto politico, anche in risposta alla sua estromissione dal M5s.
Alla domanda di Lilli Gruber sulla possibilità che il comico genovese voglia fondare un nuovo partito, Travaglio risponde di non sapere se il progetto sia reale: “Non so se Grillo voglia davvero dare vita a un nuovo movimento, ma, se davvero ci sta pensando, non so dove crede di andare“.

Il direttore del Fatto ricostruisce il percorso recente del M5s e sottolinea che oggi è Giuseppe Conte a guidare il Movimento che Grillo “aveva distrutto portandolo nel governo Draghi“. Una scelta che Travaglio inserisce anche in un quadro politico più ampio: “L’Europa è governata in questo momento dai popolari, dai socialisti, dai liberali e da un pezzo dei conservatori, cioè da una ammucchiata. In Germania c’è una ammucchiata con i popolari, la Cdu e i socialisti e quindi chi vuole contestare quelle politiche non trova altro. Le ammucchiate portano male, portano estremismo perché, se non c’è l’opposizione tradizionale, ne nasce un’altra”.

Secondo Travaglio, tuttavia, Grillo non avrebbe le caratteristiche per incarnare questa nuova opposizione. E ricorda: “È lui che ha portato il M5s nel governo Draghi definendo Draghi un grillino e Cingolani un turbogrillino“.
Un discorso diverso, prosegue, avrebbe potuto riguardare Alessandro Di Battista che, “se non gli fosse capitata quella malattia, avrebbe potuto forse fondare un movimento o un partito”. Travaglio sottolinea però che “non c’è nessuno di più distante da Grillo rispetto a Di Battista”, ricordando che l’ex deputato lasciò i 5 Stelle proprio quando il fondatore li condusse nell’esecutivo Draghi.

Dopo aver “distrutto” il Movimento, rammenta ancora Travaglio, Grillo chiese a Conte di rimetterlo in piedi. E Conte, osserva, ci è riuscito, riportando il M5s “dall’8% dove era precipitato durante il governo Draghi al 15 e mezzo attuale”.
Il direttore insiste infine sulla rottura tra Grillo e il Movimento, respingendo l’idea che sia stato Conte a estromettere il fondatore: “Sono gli iscritti al Movimento che un anno fa lo hanno cacciato. Alla prima votazione, il voto per cacciarlo da garante era il 63%; dopo la richiesta di Grillo di ripetere la consultazione, votò l’80% degli iscritti per farlo fuori“.
Per Travaglio le ragioni della rottura sono altrettanto evidenti: “Grillo si faceva dare dei soldi (e tanti) dal Movimento per parlare male del M5s. Quindi, non si sa bene con quali elettori, con quali candidati e soprattutto con quali soldi Grillo dovrebbe fondare un nuovo movimento”.

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domenica 13 settembre 2026

“Una legge sul conflitto di interessi, no alle armi all’Ucraina e primarie al più presto”: rivedi l’intervista di Gomez e De Carolis a Giuseppe Conte

Le primarie che vanno “fatte e al più presto”, il no alla regola del Pd secondo cui il candidato premier lo decide il partito egemonico e la necessità di un programma con punti precisi che dia garanzie alle coalizione. A partire dal no alle armi all’Ucraina e a una legge sul conflitto di interessi. Giuseppe Conte, intervistato da Peter Gomez e Luca De Carolis alla Festa del Fatto quotidiano, ha parlato del futuro del Movimento 5 stelle e dei rapporti con il campo largo. “Non può essere che vinca Schlein e a quel punto si danno a gogò armi in Ucraina per un conflitto che ci sta portando a un conflitto mondiale”, ha dichiarato il leader 5 stelle. “Non è possibile che il M5s sottoscriva un programma che continui a fare in politica estera quello che sta facendo Meloni”. Poi, rivolto alla premier, ha detto: “Non ti vergogni ad aver inserito le preferenze farlocche” nella legge elettorale, dopo che aveva sempre proclamato il contrario, “e non ti vergogni ad aver aumentato il numero di firme per le nuove liste?”.

Un pensiero per Alessandro Di Battista. Il lungo applauso della platea
L’intervista si è aperta con Peter Gomez che ha voluto mandare un pensiero ad Alessandro Di Battista, rientrato ieri mattina da Cuba e ricoverato al Gemelli. Il condirettore del Fatto quotidiano ha chiesto all’ex presidente del Consiglio cosa ne pensa della rottura che aveva portato allo strappo dall’ex deputato con il M5s: “Il Sì a Draghi è stato un momento sofferto”, ha detto. “Sapete venne gestito da Beppe Grillo. Quello che mi colpì fu il quesito” sottoposto agli iscritti che fu “formulato in modo suggestivo. E’ stata una delle ragioni per cui pretendo che le domande siano formulate” in modo chiaro.

Le primarie del campo largo
A proposito delle primarie, Conte ha ribadito che non sarebbe stata la sua prima scelta: “Ne approfitto per dare un chiarimento”, ha esordito. “Leggendo i giornali uno è convinto che il Movimento 5 stelle voglia le primarie o morte. Allora mi dicono: si vuol dividere l’elettorato. Ne approfitto per ribadirlo, il Partito democratico ha chiarito che per loro vale la regola del partito più forte, che prende più voti. Voi ci conoscete un poco: noi siamo in politica per fare delle battaglie, non per portare acqua al mulino di qualcuno. Abbiamo detto: questo per noi non è possibile perché non ci dà garanzie. Non è una questione personale nei confronti di Elly Schlein, ma noi non possiamo metterci preventivamente nelle mani di un’altra forza politica. Noi alle primarie arriviamo perché la regola del partito più forte è una regola egemonica. Ricordo che ho proposto all’inizio del dibattito, al Partito democratico, un’altra possibilità: molti si preoccupano che ci sia un clima divisivo, ho detto facciamo come alle Regionali. Non abbiamo fatto primarie, ma non è mai successo che il Pd esprimesse il candidato preferenziale, ma si è scelto quello più competitivo”. Respinta questa possibilità, “abbiamo detto facciamo le primarie. E io non sono ossessionato da Palazzo Chigi. Se volevo rimanere con un Conte ter c’erano tutte le possibilità. Ma erano legate a un ricatto che non ho accettato”.

A proposito della politica estera però, Conte ha annunciato che il M5s pretenderà che ci siano dei paletti fermi: “E’ chiaro che dovremo preventivamente precisare qualche punto fermo perché non può essere che vinca Schlein e a quel punto si danno a gogò armi in Ucraina per un conflitto che ci sta portando a un conflitto mondiale. Non è possibile che il M5s sottoscriva un programma che continui a fare in politica estera quello che sta facendo Meloni”. L’invio delle armi “ci fa precipitare nella guerra. L’unica prospettiva è mettersi lì al consiglio europeo, tenerli inchiodati, finché tutti non individuano un negoziatore”.

Per Conte, inoltre “le primarie non vanno fatto a ridosso della campagna elettorale. È giusto che il candidato che vince abbia il tempo di parlare alla comunità politica che si sente disorientata. Occorrono dei mesi per farsi capire”. Occorre far capire, ha aggiunto, che “non stiamo votando il leader di partito, sarebbe un’impostazione sbagliata. Dobbiamo tifare Italia, progressista, cambiamento del Paese. Se qualcuno di voi pensa che Schlein o un altro è più idoneo a rappresentare l’intero Paese per cinque anni di cambiamento del Paese, votate l’altro candidato o candidata. Non vi chiedo nessuna fedeltà, vi chiedo di pensare al bene del Paese”.

A proposito della proposta di Renzi di firmare “un contratto alla tedesca” prima delle primarie ha commentato: “Sono d’accordo che dovrà esserci un programma scritto. Però non ci prendiamo in giro: se andate a rileggere il contratto” che fu fatto dai 5 stelle per il governo gialloverde era prevista “una procedura complessa in caso non fosse rispettato. E’ stata mai applicata? No. Perché è un rapporto politico. Non dobbiamo prenderci in giro. Dobbiamo creare innanzitutto un progetto serio e vincolare tutte le forze politiche a degli obiettivi politici” a partire da “una legge serie sul conflitto di interessi e introdurre delle garanzie per evitare che una forza politica possa esercitare un potere ricattatorio. Io ci sto lavorando”. E sul fatto di coinvolgere anche Renzi: “Essere unitari vuol dire espandere il consenso. Mi sembra follia sentire qualcuno che dice che Renzi dovrebbe avere un ruolo centrale nella formazione di centro, è il contrario. Abbiamo visto che ha una capacità espansiva molto modesta, stiamo parlando del 2%”, ha continuato. “Si dice che Conte sta con Onorato e Onorato sta con Conte, ma Renzi ha detto chiaramente che vota Schlein, Onorato ha detto che rispetto a Schlein e Conte non sceglie, sta aggregando altre forze. Cosa facciamo, lo teniamo fuori per dare centralità a Italia viva?”, ha detto.

Le domande a Giorgia Meloni
Il leader M5s ha anche risposto alle domande sulla legge elettorale e si è rivolto direttamente alla presidente del Consiglio: “Non ti vergogni?”, ha esordito. “Adesso hai introdotto un emendamento con preferenze farlocche. Giorgia Meloni, ma non ti vergogni, tu che sei entrata in Parlamento nel 2013 grazie a una legge, ma hai dovuto raccogliere firme? La soglia era 40mila firme. E adesso che sei lì nei palazzi, hai fatto introdurre un emendamento che impone una raccolta firme all’incirca fino a 400mila firme. Una barriera pressoché insuperabile. E stai chiedendo addirittura per la presentazione delle liste più firme di quelle che servono per eleggere i parlamentari”. E ancora: “Conosci qual è il senso di vergogna?”.

Immigrazione: “Noi siamo per lo ius scholae”
Parlando di uno dei temi centrali della campagna elettorale, la gestione dell’immigrazione, Conte ha dichiarato: “Non si può prendere in giro i cittadini con le puttanate del blocco navale e della remigrazione”, ha dichiarato. “Giorgia Meloni ha accumulato solo fallimenti. Ancora, centri in Albania costati tantissimo costati tantissimo. Poi li dobbiamo riportare qui. E’ chiaro che chi non ha diritto va rimpatriato, ma per chi rimane qui dobbiamo lavorare per l’integrazione”. Secondo Conte “si sta diffondendo l’islamofobia. Stanno sostenendo che gli immigrati di origine islamica non si potranno mai integrare. Non conoscono nulla. Però qui non fai la sanatoria e hai risolto il problema, devi coinvolgerli e fargli conoscere anche i nostri principi costituzionali e valori. Ad esempio, il rispetto delle donne e non ci possono essere discrminazioni”. E ha aggiunto: “Noi siamo favorevoli allo ius scholae. Perché non diciamo siccome sei nato qui ti do la cittadinanza, noi diciamo che concludi un ciclo scolastico, allora ti riconosco la cittadinanza. Ci sono i presupposti”.

Patrimoniale
Infine, il leader M5s si è espresso sul tema della patrimoniale. “Io mi batterò come un dannato per contrastare le diseguaglianze”, ha detto. “Il tema è che io le cose le ho studiate e le ho studiate in tutti i Paesi Ue in cui è stato introdotto. Cosa introduci? Una tassa sui super ricchi? Ovunque è stata introdotta, l’hanno poi superata. Hanno visto che o non drenava risorse nuove oppure ha creato un tale contenzioso che è stata poi abbandonata. Il problema è la lotta alle tasse senza quartiere. Il problema è la finanza speculativa. Qui vogliamo parlare di patrimoniale, mentre abbiamo i giganti del web che hanno strapotere? Porteremo al tavolo una proposta di legge calibrata sulla speculazione finanziaria, quella parassitaria”. E, non solo, parlando degli ultimi eventi che hanno riguardato Anthropic ha dichiarato: “Un progetto progressista non può essere tale se non si pone il problema di regolare l’intelligenza artificiale“.

Beppe Grillo
L’ultima battuta ha riguardato l’ex fondatore del Movimento 5 stelle Beppe Grillo. Il comico è previsto al podcast di Fedez, quasi in contemporanea all’evento Nova a Milano dei 5 stelle: “Vada dove vuole”.

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